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Intervista a Giuseppe Tornatore

Quale è stato il suo impatto con "Novecento" di Baricco?

 

Mi sono innamorato immediatamente del testo anche se leggendolo non ho pensato subito a fare un film. Mi ha colpito la fortissima carica allegorica, straordinaria. Nel personaggio di Novecento, profondamente destabilizzante, ognuno di noi può specchiarsi. Nel passaggio tra due secoli vive uno smarrimento, una precarietà esistenziale che ci appartiene.

Quali sono state le difficoltà che ha dovuto affrontare?
E' stata una nascita facile. Ho proposto "Novecento" alla Medusa e in mezz'ora mi sono sentito dire di si. Ho mandato un fax a Tim Roth e mi ha risposto immediatamente che era interessato alla parte. E' stato facile anche scrivere la sceneggiatura, l'ho fatto in uno stato di beatitudine. Poi è stato tutto difficile. Siamo stati messi a dura prova. Si è rivelato un film despota, voleva che gli si dedicasse ogni energia.

Lo sguardo di Novecento è molto importante?
Nel cinema lo sguardo è sempre importantissimo. La macchina da presa non è che un occhio prestato allo spettatore. Novecento guarda le cose credendo che siano così come appaiono. Non si chiede cosa c'è dietro, se ci sono altri significati, altre apparenze. Il suo sguardo è
semplice come un bicchiere di acqua fresca. Al contrario quello di Max, il suo amico, è addolorato, sempre alla ricerca di un equilibrio.

C'è un'amicizia indissolubile tra Novecento e Max?
Sono come una di quelle coppie che in letteratura e al cinema appaiano inseparabili. Penso a Don Chisciotte e Sancho Panza, oppure a Stanlio e Ollio. I personaggi del mio film devono evocare questa coppia. Novecento e Max sono uno ingenuo e l'altro irrequieto, uno angelo e l'altro uomo vero.

Si è parlato di scontri tra lei e Tim Roth durante la lavorazione del film...
Abbiamo cercato di ucciderci a vicenda. Mi sono procurato un'arma, ma non beccavo mai il bersaglio così alla fine ci siamo stancati e abbiamo deciso di diventare amici. A parte gli scherzi voglio dire che quando si cerca di dare il massimo sono normali i momenti di confronto. Questo nel gran cortile della comunicazione, della stampa, è stato ingigantito. Così è nata la leggenda dei nostri rapporti difficili.

Baricco come ha commentato la realizzazione del film?
Fin dal primo momento mi ha chiesto di non chiamarlo per chiedergli consigli. Baricco sa dellla trasformazione che subisce una pagina scritta quando diventa cinema, e ne ha rispetto. Non ha ancora visto il film, preferisce vederlo in un cinema come un normale spettatore.

L'innamoramento di Novecento per la giovane passeggera non esiste nel libro?
E' una delle infedeltà al testo di Baricco. Ma non poteva essere un incontro vero, poteva essere solo uno sfiorarsi. Novecento rimane se stesso dall'inizio alla fine. Se l'avesse avvicinata sarebbe stato come scendere dalla nave.

Con questo film si è allontanato dai suoi film precedenti?
No, racconto ancora una volta le emozioni. Ritengo questo film coerente con tutto quello che ho fatto prima. Gira e rigira non si fa altro che approfondire le cose che si hanno in mente, solo quelle. Non mi sono allontanato molto dalle mie storie precedenti. Sono uno spudorato raccontatore di emozioni.

E la scelta degli attori stranieri?
Era necessario. Proprio per l'universalità della storia mi suggeriva volti lontani dalla consuetudine del nostro cinema.

E' vero che il film uscirà negli Stati Uniti entro la fine dell'anno per poter partecipare alla corsa degli Oscar?
No. Non si farebbe in tempo. In America non si passa direttamente dal laboratorio alle sale. C'è una lunga campagna promozionale da fare.

Fonte: RAI international online - http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=cinema&scheda=pianista_intervista