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Erica e i suoi fratelli - Capitolo I

Testo

Quando Erica arrivò nella grande città era la fine di una guerra 1, inverno e freddo con le fontane delle piazze ghiacciate. Andò ad abitare in un nero pianterreno, dentro a un cortile con intorno neri 2 balconi pieni di bimbi che urlavano. Anche lei era una bambina, non aveva che quattro o cinque anni, e presto dimenticò il mondo dove aveva vissuto prima. Ma continuò ad avere gli stessi sogni di prima.

Specie sognava uva, un'uva di un dolce colore, giallo appannato dal freddo, e non uva da mangiare ma da abitare. Si trattava di boschi biondi con uccelli invisibili che cantavano, e con globi di polpa dove si entrava e si diventava felici. Lei era sola in un globo, ma sapeva che a tutti succedeva la stessa cosa, e sentiva una melodiosa certezza di compagnia. La felicità era anzi questa: la compagnia. Perché il brutto sulla terra, per lei, era quello che poteva non esistere. Se non esistessero i gatti! pensava. Se non esistessero i vestiti rossi! Se non esistesse la ferrovia! Pensava, pensava, e si sgomentava. E i suoi terrori non erano lupi, non erano orchi: erano di svegliarsi in un mondo che avesse qualcosa di meno.

Tutto questo continuò per lei anche nella grande città. Finì il lungo freddo dell'inverno, e cominciò la primavera, cominciò l'estate, vi fu un forte odore di mare, vi furono i marinai delle navi da guerra che scendevano ogni pomeriggio nelle strade. Dai mattoni del pianterreno vennero fuori scarafaggi, ma il caldo fu più bello di come lei lo ricordasse altrove. Del resto gli inverni ricominciavano, ne ricominciò subito un secondo, ne ricominciò un terzo 3 , cadde la neve ed Erica sognò uccelli di neve. Splendida era la felicità di compagnia nei sogni con gli uccelli di neve. Più vivo divenne in lei il piacere di quello che esisteva, ed essa esultò che nel cortile vi fossero tanti bambini, esultò di andare a scuola, di andare a prendere il pane caldo dal fornaio, di andare a prendere l'acqua alla fontana di piazza, esultò che nascesse un altro fratello in casa.

Ora erano in cinque nelle due stanze del pianterreno: il babbo, la mamma, lei, Lucrezia che aveva quattro anni meno di lei, e il fratellino appena nato. Certe ci voleva del tempo prima che il fratellino fosse anche lui compagnia. 4 Ma che importava? Tutto il cortile era una fitta compagnia, mucchi di ragazzi giocavano gettati sul fango nell'androne, e lunghe piogge seguirono a un'altra estate, la mamma stese ad asciugare i panni attraverso le stanze.





1L’espressione era la fine di una guerra è indeterminata. Probabilmente si allude alla prima guerra mondiale. Neppure il nome della città è indicato : si sa che è grande e si intuisce che si tratta di una città industriale.

2L’aggettivo nero, ripetuto due volte, qualifica il mondo della città in cui Erica si è trasferita, come squallido e buio, riscaldato soltanto dalla sua fantasia.

3La ripetizione del verbo cominciare e ricominciare rende l’idea del rapido avvicendarsi del tempo.

4Fosse in grado di badare a se stesso e costituisse per Erica un motivo di compagnia.