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Le notizie sono troppe

 

Intervista ad Umberto Eco
Le notizie sono troppe: imparate a decimarle, subito
di Paul Claesson e Kevin Billinghurst

 

Gli utenti della Rete possono essere travolti da una valanga di informazioni in cui è sempre più difficile riconoscere ciò che vale la pena di leggere. Alcuni indirizzi contengono vera e propria spazzatura. Ancora non è stato trovato il metodo per scansarla. Ma Umberto Eco ci riesce, con il suo fiuto.

Come scrittore e come filosofo Umberto Eco non si è mai sottratto a un costante e intenso rapporto con gli strumenti realizzati grazie al progresso della tecnologia. Tuttavia, citando una sua opera, se non fu mai tra gli "apocalittici" nemici della modernità, non può neppure essere annoverato tra gli "integrati". Il senso critico non gli ha mai fatto difetto. E anche oggi, nel tempo nuovo della fede telematica, preferisce segnalare problemi, sollevare questioni piuttosto che battere la grancassa. In un recente convegno, promosso a Venezia in occasione della conferenza inaugurale dell'anno europeo dell'istruzione e della formazione, ha lanciato un'idea: creare "centri di garanzia" per gli utenti telematici. Attenzione, dice Eco, la rivoluzione telematica comporta qualche rischio: nella massa enorme di informazioni che viaggiano su Internet si trovano anche messaggi razzisti, apologie dell'antisemitismo. Insomma c'è di tutto, anche la spazzatura. I "centri di garanzia" potrebbero risultare di una qualche utilità per orientare gli utenti nella navigazione. E' soltanto una prima ipotesi, va sviluppata e messa alla prova. Ma è comunque un tentativo, ha aggiunto Eco in quella sede, un modo per insegnare a chi si muove nella Rete se non altro ad "avere fiuto".

Anche nell'intervista che qui pubblichiamo (rilasciata per "Telèma" e per la rivista "Connexion" della casa editrice elettronica WireWorks, di cui Paul Claesson e Kevin Billinghurst sono i responsabili) Eco getta lo sguardo della razionalità su alcuni aspetti problematici, forse cruciali, del nuovo mondo telematico, nel quale muoversi con cognizione di causa rischia di diventare affare riservato a pochi, all'aristocrazia del prossimo millennio.

D: Da tempo lei porta avanti un discorso sulle implicazioni dello sviluppo delle tecnologie informatiche, in particolare sulle applicazioni del genere Internet. Quale e' l'aspetto che maggiormente l'attrae di questo orizzonte?

R: Anzitutto il tasso di cambiamento. Tre anni fa una commissione nazionale elaborò il programma di studi per un corso di laurea in Informatica che fu inaugurato l'anno successivo all'Università di Bologna e in altre cinque università. Adesso, dopo due anni, ci troviamo a doverne rivedere i punti principali perché allora nessuno sapeva niente di Internet né che l'ipertesto sarebbe diventato così importante. A questo punto non solo dobbiamo creare nuovi corsi e seminari, ad esempio sulla teoria dell'ipertesto, ma dobbiamo proprio cambiare tutto. Perciò è impossibile fare previsioni accurate nel campo delle comunicazioni: domani un tizio giapponese potrebbe inventarsi un nuovo tipo di chip e cambiare completamente le carte in tavola. E' anche il motivo che ci ha spinto a puntare sul metodo, più che sui contenuti veri e propri, nell'ambito del nostro programma. In altri termini, non possiamo limitarci a fornire ai nostri studenti le sole nozioni, perché quando avranno finito di apprenderle saranno già sorpassate. Quello che possiamo insegnare è un modo di pensare che li renda abbastanza flessibili da comprendere quel che succede. La premessa che facciamo è: «A fine corso avrete appreso cose che noi ancora non conosciamo. Vorremmo che ci spiegaste voi a che punto saremo arrivati».

D: Nei suoi rapporti con gli allievi ha avuto spesso la sensazione che in questa materia gli studenti ne sappiano piu' del professore? Non ritiene possibile che i giovani, forse per una specie di intuizione, siano molto piu' aperti alle novita' degli insegnanti stessi?

R: Sì. Quando uscirono i primi word processor, più o meno nel 1983, riuscii ad averne due o tre dall'Olivetti per il mio dipartimento e imparai a usarli, cosa di cui andavo molto orgoglioso. Poi comprai il mio primo personal computer, lessi tutti i manuali disponibili, e dissi a mio figlio, che allora aveva diciott'anni: «Vieni che ti spiego come funziona». Lui rispose: «Non mi interessa». Un giorno si presentò un problema che non riuscivo a risolvere: il computer si era oscurato del tutto. E mio figlio se ne venne fuori a darmi istruzioni. «Devi fare così, poi così, e poi così». Senza aver mai letto nessun manuale, né aver mai usato un computer! Ma lui è di una generazione nata per premere bottoni. Noi, invece, siamo della generazione degli interruttori.

D: Che rapporti ha avuto e mantiene con Internet e con le pubblicazioni elettroniche?

R: Finora mi sono comportato come un esploratore, andando a curiosare sulla Rete per capire bene che cosa potevo aspettarmi. All'Università, abbiamo il progetto di immettervi l'equivalente di settecento o mille pagine di semiotica (buon materiale, molto rigoroso dal punto di vista scientifico) nell'intento di creare una specie di libreria con precise voci enciclopediche e testi sull'argomento. E' un lavoro di diversi anni per venti o trenta persone, costerà parecchio, penso che alla fine troveremo un finanziamento. Mi è sembrata una buona idea. Ma per altri versi non sono un Internet-dipendente, un "Internato". La sfoglio soltanto per capirla e per essere in grado di cercare e trovare quel che mi serve.

D: La nostra cultura ormai si caratterizza e si definisce per la disponibilita' di un'enorme quantita' di informazione. Come giudica questo fenomeno?

R: Essenzialmente secondo due aspetti. Il primo è che si rende possibile una nuova democrazia della cultura. Nella società tradizionale il campo è nettamente diviso in due parti: chi produce cultura e chi la consuma; persone che scrivono libri e persone che li leggono. Con Internet si cambia. Si apre l'era dei nuovi samizdat: chiunque può scrivere qualsiasi cosa raggiungendo un'ampia fascia di lettori, e questo va benissimo. Di converso, e questo è il secondo aspetto, ciò significa che ti si rovesciano addosso informazioni su informazioni, sempre di più, col rischio che, superando certi livelli, tutto si confonde e perde di valore. Ma poi: anche se le informazioni fossero tutte importanti, come si farebbe a selezionarle? Pensiamo all'Enciclopedia Britannica: soltanto a sfogliarla si impiega una vita. Nel caso di Internet, invece, solo una parte dell'informazione è di qualità. Chiunque vi abbia accesso può creare una sua homepage e metterci dentro quello che vuole. Alcuni indirizzi saranno interessanti, ma altri conterranno vera e propria spazzatura. Allora il problema è: come separare gli scarti dalla polpa? In edicola si distinguono subito i quotidiani dai settimanali, i giornali sportivi da quelli di pettegolezzo. E' stata sviluppata una grafica ben precisa. Chi entra in libreria può riconoscere immediatamente un romanzo da un saggio e guardando alla serietà dell'editore può decidere se il libro è da leggere o no. Tutto ciò è impossibile con l'informazione che passa Internet. Per fare un esempio: ho trovato due indirizzi, alla voce filosofia, sulle Pagine Gialle di Internet; in pratica poi gli indirizzi sono almeno trenta, ma va bene lo stesso, anche le Pagine Gialle possono catalogare quello che vogliono. Allora, due indirizzi: uno sembra serio, l'altro è senza dubbio pieno di roba di scarto. Io, che sono del mestiere, posso distinguere tra i veri filosofi e gli eccentrici. Ma una persona qualsiasi potrebbe discernere tra queste due fonti? E io stesso, come me la caverei in un campo non mio? Nel prossimo futuro dovremo dunque impegnarci a insegnare alla gente la necessità di fare filtro, perché, se non impareranno a distinguere, a selezionare, l'accesso a tutta questa informazione sarà completamente inutile.

D: E' meglio sviluppare l'intelligenza degli utenti o sviluppare software intelligenti, capaci cioe' di filtrare l'informazione?

R: Senz'altro sviluppare l'intelligenza degli utenti. L'alternativa è una specie di gabbia censoria che ovviamente non può essere accettata. L'aspetto interessante di Internet è la sua anarchia. Ma se c'è un Big Brother che si mette di mezzo, be', addio Internet, sarà solo un canale tra i tanti. Chiuso.

D: In che modo si puo' aiutare la crescita degli utenti?

R: Devono imparare a rinunciare a qualcosa, ma in modo sistematico. Mi spiego con un esempio. Quando tengo una conferenza o partecipo a una tavola rotonda e il moderatore mi chiede: «Le si possono rivolgere domande dopo il discorso?», io rispondo: «Dipende dal numero di persone che assiste». Sino a cinquanta va bene, oltre no. La regola generale, infatti, è che se ci sono più di cinquanta persone, soltanto i pazzi fanno domande. Uno può essere più o meno flessibile secondo le occasioni ma è un fatto che le persone serie provano imbarazzo se c'è troppa gente, così, alla fine, solo un matto prova il desiderio di parlare. Ora, la situazione che si presenta sulla Rete è del tutto analoga. Essendo consentito, in assoluta anarchia, il libero accesso a tutti, dentro Internet c'è grande abbondanza di pazzi. Come si fa a scansarli? Come si insegna l'arte della decimazione, a prenderne cioè uno ogni dieci? Altro esempio. Ogni giorno di ogni settimana io ricevo decine e decine di libri su argomenti in cui ho una competenza. Gli autori me li mandano, e così, trattandosi del mio campo, ho perfezionato una vera e propria arte della eliminazione sistematica, nella convinzione che se c'è una qualche buona idea non andrà perduta solo perché io faccio così. Ovviamente, non è che io scarti i libri a casaccio. Il nome dell'autore, un'occhiata alla bibliografia, la data di pubblicazione, il sommario: da questo genere di indicazioni riesco più o meno a capire quanto vale il libro che ho tra le mani. Però mi ci è voluta una vita intera per sviluppare questa abilità nell'eliminare, incerta d'altra parte, e ristretta al mio solo campo.

D: Sara' possibile insegnare questa difficile arte, e come, alle future generazioni?

R: Non ne ho la minima idea. Se ce l'avessi scriverei un bestseller che verrebbe adottato in tutte le scuole. Però bisogna ugualmente pensarci. Probabilmente sorgeranno "centri qualità" per segnalare gli indirizzi interessanti della Rete e, di contro, quelli che fanno perdere tempo, proprio come certi giornali scientifici pubblicano rubriche dove si dice se un libro è serio o no. Al di là di questo, le persone dovranno sviluppare una specie di fiuto, maturare la capacità di accorgersi del contenuto sin dalla copertina. Ma non è facile. C'è il rischio che una intera generazione, come minimo, sprechi il suo tempo. Questo è il vero problema della Rete e io non so proprio come risolverlo.

D: Lei dice che l'aspetto interessante di Internet e' il suo carattere anarchico e che l'uso di software intelligenti per filtrare l'informazione equivarrebbe a una censura. Ma questi software esistono gia' e consistono in procedure di ricerca (e di selezione). E' probabile che chi li usa li trovi utili.

R: Irrilevanti. Supponiamo che io voglia conoscere tutto ciò che c'è sul mio campo di interesse, la semiotica, e a tal fine io programmi il mio software selezionatore. Ciò non significa che ogni risposta che mi fornirà potrà interessarmi. Esiste un mucchio di persone di scarso rilievo che vogliono comunicare le loro proprie concezioni semiotiche, concezioni di cui non mi curerei (se non, forse, nell'ambito di una rilevazione statistica) neanche per sapere che esistono davvero. E così non posso in alcun modo educare il programma a far da filtro secondo i miei gusti. Le farò un esempio lampante. In campo scientifico, l'abstract, la sintesi concettuale, è uno strumento basilare. Ma io sono contrario. Se ricevo una lettera di una rivista che mi chiede: «La preghiamo di fornirci un abstract del suo articolo», io mi rifiuto. Lo studioso, esperto della materia, è l'unica persona in grado di leggerlo e decidere se è interessante. Mentre, se ti accontenti di abstract, la funzione di filtro è stata già assolta da qualcun altro, e così magari perdi una grossa opportunità. Spiego meglio. Se mi capita di leggere uno scritto, per esempio su Napoleone, posso trovarvi una nota interessante su Talleyrand; e qualcosa del genere in realtà mi capita spesso. Ma se uso un programma filtro o un abstract, ricevo solo le notizie basilari su Napoleone, così io perdo l'unica parte di informazioni di quell'articolo che davvero mi interessava. Gli studiosi, tutti, ben sanno che le migliori scoperte avvengono in questa maniera, leggendo un libro e imbattendosi in un riferimento o in una nota che parlano di tutt'altro. Proprio qui sta la bellezza del leggere. Chi crea un abstract, invece, non seleziona il tipo di informazioni che interessano me, ma quelle che lui ritiene interessanti e a me possono non servire. Prendiamo le bibliografie. Una volta si andava in libreria, si guardavano i libri, se ne sceglievano dieci, forse si era anche in grado di leggerli. Ma se oggi cerchi su Internet e ricevi diecimila titoli sull'argomento richiesto, non potrai leggere nemmeno quelli. C'è davvero un programma che tra tutti questi titoli isoli quelli "buoni"? E poi, buoni in che senso? Potresti ordinargli: «Dammi solo le pubblicazioni universitarie». Allora dovresti subire tutto il materiale di scarto che viene fuori dall'editoria accademica, mentre ti sfuggirebbero diversi libri importanti pubblicati da editori minori. Non mi pare un criterio vantaggioso. Vuoi solo autori di chiara fama? Va bene. Ma che te ne fai allora di un programma se, almeno nel tuo campo, li conosci già tutti? Neanche questo è un buon criterio.

D: Ma nel nostro universo in espansione, come e' possibile navigare senza alcun criterio? Non sara' giocoforza attingere a sottoreti piu' controllabili, piccoli appezzamenti feudali che esprimano interessi specialistici?

R: Può darsi. Ma così verrebbe soffocata l'anarchia che rende la Rete tanto interessante. Se, per ipotesi, l'accesso fosse consentito solo ai membri dell'Università, allora un vero genio che però non fosse riconosciuto dall'Istituzione non avrebbe l'opportunità di far conoscere il suo messaggio. E capita pure che all'Università ci sia un branco di idioti, caso tutt'altro che raro. Si potrebbe ricorrere al criterio: «Paga e poi entri». Ma neanche questo andrebbe bene, perché ci sono parecchi ricchi imbecilli in grado di pagare per comunicare le proprie personali fantasie, mentre persone intelligenti ma povere non ce la fanno. Al dunque, qual è la giusta selezione? Quella, diciamo, che ammette soltanto i partiti politici o soltanto la Chiesa? O i grandi editori? No. Se si vuole mantenere intatta la feconda anarchia del sistema, bisogna esser pronti ad affrontare i suoi aspetti negativi, i suoi inconvenienti.

D: Ma tutti questi inconvenienti non sono troppi, e quindi non sempre superabili?

R: Ciascuno deve darsi un metodo per capire all'istante se quel che ha trovato è importante o meno. E' probabile che soltanto una selezionata élite di persone intelligenti ne sarà capace, mentre per tutti gi altri sarà soltanto un'altra forma di inganno. Scartare, questo è indispensabile. Le ho già detto che ricevo in continuazione libri su libri. Nel mio appartamento sono arrivato a tenerne trentamila. Allora ho deciso che trentamila sono e trentamila rimarranno. Per ogni volume nuovo che metto negli scaffali ce n'è un altro che devo togliere. La fortuna è che ho molto spazio nella casa di campagna. Ma anche così mi ritrovo degli scatoloni pieni di libri stampati per vanità e destinati al cassonetto. Sa di che si tratta? Di libri scritti da idioti che pagano per farsi pubblicare. Che altro ne dovrei fare? E di tutti i libri che non sono "per vanità" ma che comunque non valgono nulla? I colleghi mi dicono: «Regalali agli ospedali, o alle carceri», o cose del genere. E io dovrei peggiorare la situazione dei carcerati dandogli da leggere spazzatura? No, non ci penso. Preferisco bruciarli, semmai, i libri che non vale la pena di far leggere a nessuno.

D: Lo stesso vale per Internet?

R: Senza dubbio chi non è capace di fare una scelta prende anche gli scarti. Si può pensare: «Be', meglio che niente». Ma così si accetta di lasciare sconvolgere l'intera geografia mentale dell'umanità. Tutti i criteri di merito, tempo vent'anni, saranno radicalmente diversi. Quindi proprio non so che avverrà dell'informazione diffusa attraverso Internet. Forse si verificherà una selezione darwiniana che cosa farà sopravvivere soltanto i siti più richiesti. Ma che razza di criterio è quello che lascia in vita le homepage di Playboy e Penthouse (le più visitate dell'intera Rete) e fa perire il sito di un centro di ricerche filosofiche?

D: Torniamo su un tema che lei ha gia' trattato. Nulla lascia supporre che l'editoria su carta sia destinata a scomparire, almeno per il prossimo futuro.

R: E' vero, ma sono un po' stanco di dire sempre la stessa cosa. Credo proprio che non potremo fare a meno dei libri. Ci sarà una produzione parallela. Se mi collego a Internet e vado al programma Gutenberg posso prendermi tutto Shakespeare. Ma perché dovrei riempirmi il computer con una massa di bit che potrebbe farlo scoppiare, e poi aspettare due settimane che la stampante me lo tiri fuori, quando per 5 dollari, dietro l'angolo, posso comprare l'edizione Penguin?

D: Eppure concordera' che un certo tipo di pubblicazioni puo' essere adattato e andra' sicuramente a finire sulla Rete.

R: Sì, non c'è dubbio. Un caso è quello del Webster's che è disponibile su Internet. Ma a parte il fatto che Webster's Third International Dictionary si può avere in disco, e non è indispensabile tenerselo sugli scaffali, a me non pare poi così pratico il servizio che ti fornisce Internet: stai scrivendo, ti servirebbe una definizione ma non hai il tempo di collegarti a Internet per cercare il sito e richiamare Webster's. In questo caso faresti meglio a prendere il volume dallo scaffale. Diverso sarebbe se in futuro si riuscisse a lavorare con un computer doppio, dotato di una memoria ridotta per scrivere e di un'altra per richiamare il Webster's e cercare la definizione. Allora sì che converrebbe, e oltretutto si risparmierebbe un sacco di spazio dentro casa. Ma per tornare alla sua domanda precedente, ci sono due tipi di libri, quelli da consultare e quelli da leggere. I primi, probabilmente, scompariranno perché sarà più comodo tenerli sul disco. Gli altri rimarranno, perché la lettura è una attività di tipo diverso ed è più facile leggere un tascabile che lo schermo d'un computer. Consultazione e lettura sono due cose completamente differenti, l'una non esclude l'altra proprio come nulla vieta di usare la macchina pur se si sa andare in bicicletta. Talvolta è meglio usare la macchina, altre volte la bicicletta è molto più adatta.

D: Il grosso delle comunicazioni burocratiche, degli appunti interni, dei documenti e di altre cose del genere viene ormai trasmesso o archiviato in forma elettronica. Questo potra' creare difficolta' a storici e ricercatori? Spiego meglio: prima, in genere, di ogni passaggio dei processi decisionali rimaneva una traccia cartacea, le minute, le annotazioni a margine. Nei documenti elettronici il percorso si perde. Non si mostra il processo ma solo la versione finale. Sotto questo aspetto le procedure degli apparati burocratici non diventeranno meno visibili, meno trasparenti?

R: Sì, ha ragione. E questo cambia il metodo storiografico. E' un problema che ho già preso in considerazione nell'ambito dello studio critico delle varianti. Ci sono filologi che si sono specializzati nello studio delle varie versioni di una poesia e della sua evoluzione attraverso le correzioni successive apportate dall'autore. Contini, in Italia, ha fatto proprio questo, fondando una scuola di critica che si occupa esclusivamente di correzioni e varianti. Ebbene, ciò rischia di scomparire. Io stesso, come scrittore, uso moltissimo la penna. Poi trasporto tutto sul computer; poi stampo; poi correggo; poi riporto le correzioni al computer; poi stampo ancora; poi faccio altre correzioni. Alla fine, di norma, ho accumulato più varianti di quante non abbia mai fatto Dickens, ma solo perché ho potuto correggere il mio testo un maggior numero di volte. Se conservassi tutte le correzioni, l'evoluzione del testo potrebbe essere ricostruita, magari con qualche difficoltà. Ma io non conservo tutte le correzioni. E poi, ciò che è diverso è che tra le correzioni su carta, quelle al computer e la stampa, ve ne sono alcune che non sono state mai scritte. E questo perché, nel riportare il testo cartaceo al computer, ho aggiunto qualche altra variazione. A questo punto tra la prima stampa corretta a mano e la seconda non c'è più corrispondenza biunivoca. Un bravo critico potrebbe fare questa estrapolazione: «Va bene, lo ha corretto a mano, ma è probabile abbia aggiunto dell'altro al computer». Dal momento che la seconda versione è differente si può ancora controllare il processo della creatività. Però, per quanto riguarda gli archivi politici e commerciali, lei ha ragione: in un ambito giuridico, ad esempio quello di un processo, non sarà più possibile ricostruire le varie fasi perché si sarà persa la traccia cartacea.

D: Dunque l'amministrazione del potere potrebbe diventare meno trasparente. Ma c'e' qualche altro rischio. Lei ha indicato il pericolo, serio, di una discriminazione sociale basata sulle possibilita' di accesso alla tecnologia e all'informazione.

R: L'idea era quella di un futuro sul tipo di 1984, con una società divisa in tre classi. Al gradino inferiore c'è un nuovo proletariato composto da persone che non sanno usare il computer e le cui uniche informazioni provengono dalla Tv. A questo livello si viene esclusi da qualsiasi partecipazione al potere. Al gradino intermedio c'è una petite bourgeoisie che sa usare il computer ma non programmarlo (come quelli che si danno un contegno al check-in dell'aeroporto). Sul piedistallo c'è la nomenklatura, in senso sovietico, ovvero l'insieme delle persone che sanno interagire col computer. Risultato: una classe proletaria che segue le indicazioni di qualche stupido presentatore, una classe media che va appresso a Bill Gates e una classe dominante che, invece, legge Marvin Minsky. Allo stato dei fatti, è chiaro che di quest'ultima fanno parte gli accademici e gli intellettuali, quelli che più si servono di Internet e strumenti analoghi. E' normale che il potere graviti attorno a loro.

D: Quale sarebbe la forma di governo di questa societa'?

R: Va a finire che ci ritroveremo in una sorta di repubblica dei filosofi. Ma potrebbe anche darsi di no. Abbiamo visto tutti come Newt Gingrich è diventato abile a manipolare Internet per i suoi scopi; e se non lui in persona, i suoi consiglieri. Può accadere. Carlo Magno, analfabeta, non era capace neppure di scrivere il suo nome. Eppure ha creato la Scuola Palatina fornendo un centro di cultura al suo impero. Ma con lui c'erano Alcuino e Rabano Mauro, entrambi consiglieri capaci. Per Gingrich vale lo stesso discorso. Lui forse non sa che farsene della Rete, ma è abbastanza lucido da circondarsi di gente che invece lo sa, alla perfezione.

D: C'e' un modo per evitare che nella societa' di domani si affermi una rigida divisione in classi, con tutte le conseguenti possibili discriminazioni da lei descritte?

R: Bisogna trovare un percorso educativo per i ragazzi. Sin da piccoli tutti debbono esercitarsi a usare il computer, ma non passivamente, non con Windows '95, perché questo è un modo passivo di usare il computer, non sei in condizioni di interagire. C'è bisogno invece di conoscere il Dos, il Basic, il Pascal o qualche altro linguaggio. Le prime generazioni che si sono accostate al computer dovevano almeno imparare il Basic che, pur essendo molto elementare, ti fa capire almeno qualcosa della logica della macchina. Oggi la gente già non sente più il bisogno di studiare il Basic. Le basta cliccare sulle icone o su tutto ciò che le capita a tiro.

D: Siamo sicuri che sia cosi'? Se le persone non devono piu' passare attraverso il Dos per interagire col computer, non si e' fatto un passo avanti, dando loro una maggiore capacita' di controllo?

R: Neanche per idea. L'uso appropriato dell'informazione richiede la conoscenza dei meccanismi che l'hanno prodotta. Non si può capire un dipinto e ignorare la tecnica con la quale è stato realizzato. Né si può comprendere, nell'accezione più critica e vasta del termine, un film, se non si ha nozione della tecnica di ripresa e di montaggio, se non si riesce ad apprezzare il modo in cui Eiseinstein, che so, a un certo punto ha messo su quella scena. Altrimenti si diventa soltanto ricevitori passivi.

D: Questo non vale soltanto per coloro che vogliono capire il computer? Per chi e' interessato, invece, alla linguistica o alla biochimica non sarebbe del tutto irrilevante conoscere il meccanismo con il quale ottenere le informazioni?

R: Macché irrilevante! Io non sono un chimico, ma quando il dottore mi ordina una medicina voglio sapere che cosa c'è dentro. So, ad esempio, che le antistamine possono essere pericolose per qualcuno. Bene. Una volta mi trovai nella condizione di non poterle prendere e io, conoscendo le controindicazioni, ne ero consapevole: perciò ho evitato di assumerle. Sapere qualcosa sulla composizione di un prodotto è importante per tutti. Ma per le persone con un buon senso critico, persone che hanno un certo potere, lo è ancora di più. Infatti la gente stupida, quella che prende gli antistaminici e poi sta peggio, nel giro di tre giorni viene eliminata dal mercato del potere.

 

 

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