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Del Giudice - da Telema (1998)

Daniele Del Giudice

Negli archivi della rete
il tempo ha annullato lo spazio
e tutto è soltanto alfabeto

Dalle connessioni illegali per mettersi in contatto con interlocutori sconosciuti alla scoperta della simultaneità totale e di una nuova fisicità, in un mondo popolato da disperate richieste di ascolto. Uno scrittore che è stato fra i primi in Italia a frequentare Internet e a farne oggetto di letteratura racconta le sue inziali esplorazioni del ciberspazio.

1.
Bassifondi, i bassifondi che frequentavo all'inizio, bassifondi e angiporti della Grande Rete, quando ancora non esistevano i providers, perciò bassifondi e angiporti mediante un illegale accesso al Centro di Calcolo Accademico, distrazione tematica: non comunicazioni scientifiche e dotte ma l'esplorazione di luoghi malfamati, non fondi preziosi di biblioteche ma bassifondi della Rete, dove diversità e ossessioni spurgano a cielo aperto per milioni di potenziali uditori in ogni lingua, fragilmente celate da alias e anonimati. Se la Grande Rete è ipermetropoli o ipermondo, pensavo, come ogni metropoli avrà pure i suoi punti di deiezione, i suoi bordi e buchi neri e oscurità. Quel che nessuno avrebbe confessato a nessuno era lì, gridato in piazza con allusività o crudezza, comunque con frenesia di essere ascoltati da un destinatario sconosciuto, con la speranza di trovare da qualche parte, nel mondo, un coincidente. Vecchia questione etica della tecnologia, bene-male, utile-disutile: fin da subito sui cavi correvano informazioni mediche di primaria utilità per terapie sincroniche del corpo, fin da subito sui cavi correvano disperate richieste di non solitudine né eccezionalità nell'abuso di fantasie che hanno per oggetto il corpo, eppure quanto mai in assenza del corpo. Ma con una novità assoluta: il cavo, la cablatura, che non è l'urbi et orbi della radio o della televisione, qui sei connesso, allacciato, intubato dai cavi telefonici, un traceroute darebbe immediatamente lo stenogramma dei nodi e dei transiti di quei cavi attraverso i continenti, come un tracciato del sangue nelle arterie, nelle vene, nelle valvole cardiache; sei connesso al telefono ma in modo non univoco - tu e il tuo interlocutore, soli - sei connesso con tutti eppure demoltiplicato da cancelli e indirizzi, e soltanto questa demoltiplica permette l'illusione della universalità nella tua comunicazione.

2.
Fine Ottocento, il secolo si chiuse anticipando il successivo col racconto fantastico di oggetti per aggredire lo spazio, corpo dentro oggetti e macchine in movimento, destinazione quel che era allora ignoto, fondali marini, terre incognite, spazi interstellari, come in Jules Verne; fine Novecento, poche anticipazioni, chi ne avrebbe il coraggio?, e quelle poche sono oggetti per il corpo immobile, poiché il mondo viene al corpo in forma di comunicazione e cavi e satelliti, mondo già tutto esplorato e conosciuto, visibile fin nel dettaglio di un bottone, nel tempo simultaneo. Ma tra gli oggetti fantastici dell'altra finesecolo ce n'è uno che non è stato ancora realizzato, e che somiglia agli oggetti del nostro presente-futuro: La macchina del tempo di H.G. Wells. Il suo viaggiatore, inventato dallo scrittore inglese nel 1895 non si muove dal laboratorio, sono invece lo spazio e il luogo a muoversi e mutare attorno a lui, seduto, che corre avanti e indietro lungo i secoli e i millenni. Dimensione del suo viaggio non è lo spazio ma il tempo. Le prime pagine del romanzo descrivono il tempo come "quarta dimensione", percorribile come le altre tre, e introducono l'oggetto "istantaneo" per percorrerla, anticipando così di dieci anni la Memoria sulla relatività ristretta di Albert Einstein, 1905. Anche le macchine del nostro presente e dell'immediato futuro hanno la medesima natura, oggetti dell'immobilità, servono per viaggiare nella simultaneità totale, nel tempo istantaneo, senza che il corpo muova un solo passo nello spazio.
Death of Distance, morte della distanza, è il nome di un sito nel quale come viaggiatore immobile mi trovai per caso un paio d'anni fa, sito tutto dedicato alla fine dello spazio, ormai assorbito e risolto nel tempo.

3.

 

Corpo e oggetti. Corpo, oggetti e alfabeti. Il software, da tempo, è concepito come object oriented. Per questa sua intenzione di oggettualità, di solidità, potremmo dire che il software, inteso come "oggetto", diventa a suo modo hardware, rendendo più sfumata tale distinzione. Questo documento è un oggetto. Il cestino del desktop nel quale potrei gettarlo è un oggetto. La scheda video, che compare come icona nei controlli del sistema operativo col quale sto scrivendo, è anch'essa un oggetto; di sostanza diversa, ma concettualmente "oggettosa" come la scheda video fisicamente oggetto che all'interno del case del computer rende per me visibili le lettere degli archivi che vado scrivendo. Cestino, cartelline, icona della scheda video, sono oggetti fatti di alfabeti: la loro forma, la loro presenza di "oggetto", la loro sostanza è quella di segni alfanumerici combinati, alfabeti appunto. E' la prima volta che gli oggetti sono fatti di alfabeti, sfumando così l'antica distinzione tra nomina e res. L'alfabeto con cui redigo questi archivi ha un supporto; non cartaceo, ma nemmeno semplicemente "elettronico". Il suo supporto è il linguaggio-macchina, alfanumerico, anch'esso un alfabeto. Lettere appoggiate sopra lettere, lettere sorrette da lettere. C'è dunque un alfabeto per me privo di senso comune che uso per sperimentare, per descrivere mediante un alfabeto di significato, quel che sta cambiando, almeno un po', nel senso comune degli oggetti, del corpo, e degli alfabeti.