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De Mauro - da Telema (1998)

Tullio De Mauro

Ogni lingua è globale
ciascuna a proprio modo

Con il Villaggio globale di McLuhan tutto il mondo diventa un solo paese, e si comincia a parlare di "globalizzazione" come ne parliamo oggi. Uno dei maggiori linguisti italiani ricostruisce la storia di questo termine. E ci ricorda che i linguaggi sono sempre stati nello stesso tempo unificanti e differenti.

Come tante altre cose, globalizzazione è prima di tutto una parola. In italiano, come in altre lingue europee, è il derivato di un verbo, globalizzare in italiano, globaliser in francese, (to) globalize in inglese. Ma globalizzare e i verbi fratelli hanno due accezioni ben distinte: "considerare in modo globale" e "rendere globale". Anche globalizzazione dai suoi primi avvistamenti è una parola carica di entrambe le accezioni. La prima, in ordine di tempo, è stata "considerazione globale di qualcosa". E' nata quest'accezione verso la metà del secolo in Francia. Ed è nata tra i pedagogisti e gli psicologi con riferimento a bimbetti per indicare il metodo globale di apprendimento della lettura: il bambino è esposto alla percezione di intere parole collegate a immagini, non impara prima le lettere con la loro pronuncia, impara blocchi di lettere con il loro suono e significato e soltanto in un secondo momento impara a decomporre i blocchi nelle lettere che li costituiscono. Dalla Francia la parola ha cominciato il suo cammino, è arrivata subito in Italia, nel 1956. E per taluni vocabolari italiani, anche recenti come il Palazzi-Folena-Marello, questa è l'unica accezione registrata: globalizzazione come sinonimo di metodo globale e globalismo.

Ma già dagli stessi anni, intorno al gruppo di Explorations, Edmund Carpenter e Marshall McLuhan lanciavano l'idea che le nuove tecnologie stavano creando una nuova cultura antropologica: la Classroom without Walls e il Global Village. Era un annuncio forte: il lontano e il vicino, il passato e il presente erano chiamati a coesistere nell'immediato in qualunque punto del globo: questa l'idea.
Non nuovissima, si potrebbe arcignamente dire: Aldous Huxley l'aveva già proposta dalla fine degli anni Venti, come scrittore in Brave New World e come saggista e osservatore di varie culture negli scritti pubblicati in Italia con il titolo Tutto il mondo è paese. Il contributo di Carpenter e McLuhan fu, si potrebbe dire, aggiungere un semplice un: Tutto il mondo è un paese. (E non sarebbe cosa da poco: di quanti volumazzi profluviali e assolutamente inutili, ancorché celebri, si può dire onestamente che ci obblighino a spostare magari anche soltanto una virgola, per non dire un articolo o una data nell'Enciclopedia Treccani?).

Torniamo alle nostre parole. Il verbo (to) globalize in ambiente angloamericano si è specializzato sempre di più nel senso di "rendere globale" e globalization ha ormai cominciato a esprimere il processo e il suo risultato. Come tale viene registrato dai maggiori dizionari dell'inglese d'America alla fine degli anni Settanta. E dall'inglese d'America comincia la sua marcia nel mondo, soprattutto dal momento in cui se ne impadroniscono gli economisti per indicare (cito dal recente Disc di Sabatini e Coletti, edito da Giunti) «il fenomeno dell'interdipendenza delle economie e dei mercati, causato dall'adozione delle più sofisticate tecniche informatiche e di telecomunicazioni».

Abbiamo detto delle parole. E le cose? In verità il linguista tira a chiamarsi fuori da soverchi entusiasmi o alti lai per presunte straordinarie novità. Da una parte egli sa che, da quando sono documentate, le seimila diverse lingue del mondo, anche le più consolidate ed egemoni, hanno conosciuto e conoscono fenomeni di interscambio e globalizzazione. La imponente sanscritizzazione del cinese e, di rimbalzo, del giapponese attraverso l'espansione del buddismo; la grecizzazione dell'etrusco e del latino; l'arabizzazione del persiano; la latinizzazione e francolatinizzazione di molte lingue germaniche e soprattutto dell'inglese (oltre il 70% del suo vocabolario è latino o francolatino e ha sostituito l'antico vocabolario germanico): ecco alcuni episodi storici che mostrano quanto largamente ha operato e opera la force d'intercourse, l'interscambio globalizzante fra le lingue.

D'altra parte, l'imponenza delle correnti di scambio non ha cancellato né cancella le differenze. Chi ha pazienza di scorrere le liste di anglicismi in francese e in italiano, in spagnolo e in tedesco, si accorge che oggi l'inglese preme su molte lingue, ma le liste, tolto water closet e ockey

, non coincidono, ogni lingua si appropria di un "suo" inglese.

Le tendenze unificanti si rifrangono diversamente nelle diverse lingue e parti del mondo e, a un occhio attento, si scoprono agenti di ulteriore e nuova differenziazione.