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Francesca Sanzo
L' identità dell'intellettuale tra
cinema e letteratura: Sostiene Pereira
Il film di Roberto
Faenza,1 Sostiene Pereira, inizia con immagini
di una Lisbona in pieno periodo Estado Novo,2 mentre una voce fuori campo legge
l'incipit del libro di Tabucchi da cui il film è stato tratto. Ma,
mentre il testo narrativo procede tentando, sotto forma di testimonianza,
di indagare a livello psicologico e introspettivo le scelte che fanno
ritrovare al protagonista la vita, e dunque gli fanno abbandonare
l'interesse per la morte, - proprio passando attraverso la morte -, il
film procede per immagini significative: grazie ai dialoghi tra un
Mastroianni-Pereira assolutamente calato nel ruolo e i diversi
interlocutori, la narrazione scenica segue quella narrativa, anche se
l'evoluzione del protagonista ad una nuova identità viene esteriorizzata
più di quanto non faccia la scrittura di Tabucchi. È il 1938, Pereira è un
giornalista attempato che dopo anni di cronaca nera passa ad occuparsi
della pagina culturale del «Lisboa», giornale portoghese del pomeriggio.
Il libro di Tabucchi, così come il film che ne ha tratto Faenza, è
sostanzialmente testimonianza del percorso di Pereira per rinascere alla
vita, in tensione tra storicismo - inteso come particolare periodo storico
in cui si colloca la vicenda - e fabula, e cioè intreccio
finzionale da cui scaturisce la narrazione. Gli eventi testimoniati sono
calati in un momento cruciale in Portogallo e nel resto d'Europa, e sono
soprattutto cronaca della rinascita del protagonista che, attraverso un
incontro, ritorna a vivere e prende coscienza non solo di ciò che gli sta
scoppiando intorno, ma anche del ruolo sociale dell'intellettuale. Nel
1932 Salazar era stato nominato presidente del consiglio e grazie al
risanamento del deficit che si era venuto accumulando durante la
monarchia, aveva acquistato sempre più prestigio, arrivando a creare uno
stato nominalmente repubblicano, ma che di fatto si comportava da regime
dittatoriale. Esplicito modello del Portogallo in questi anni diviene il
fascismo italiano: impera il nazionalismo e una politica sociale volta a
preservare il controllo dei profitti a vantaggio di poche famiglie
borghesi. Contemporaneamente, il regime attua una fine operazione
ideologica che porta al sostanziale occultamento della natura fascista
della dittatura portoghese. La maggior parte della
popolazione non ebbe né la forza né l'acutezza di rendersi conto di quello
che stava vivendo, tanto che, grazie a questa collettiva apatia, il regime
poté rafforzarsi e mantenere stabilità per un lungo periodo.3 Pereira, come la maggior parte dei
portoghesi, si illude, non occupandosi di politica, di poter fare finta di
nulla, immerso completamente nella letteratura: il suo chiodo fisso è la
morte e la risurrezione della carne. Non a caso, il primo incontro con
Monteiro Rossi (interpretato nel film da Stefano Dionisi), un giovane
rivoluzionario che tenta di arruolare persone per combattere in Spagna
contro i franchisti, avverrà grazie alla tesi di laurea di quest'ultimo,
tesi che proprio di morte si occupa. Pereira dialoga tutte
le sere con la fotografia di sua moglie, morta qualche anno prima; vita
che si è congelata nel clic di una macchina fotografica, ma che diviene
«emanazione del reale passato»,4 volto che si attesta come immagine di una
memoria che per il protagonista risulta più importante del quotidiano che
gli scorre accanto, per le strade di Lisbona: «a me non
interessano né la causa repubblicana né la causa monarchica, io dirigo la
pagina culturale di un giornale del pomeriggio e queste cose non fanno
parte del mio panorama».5
La memoria della moglie inchioda Pereira al suo passato,
e si contrappone con la Storia (quella con la "S" maiuscola) che si
insinua, grazie al giovane Monteiro Rossi, nell'esistenza del giornalista.
Egli potrà avere un futuro che non sia solo proiezione degli anni
giovanili, se sarà in grado di elaborare il lutto che lo lega al suo
passato, se sarà in grado di affrontare e comprendere il senso di colpa
che lo spinge a fare finta che nulla stia accadendo. Il recupero
dell'identità del personaggio passa attraverso l'agnizione che la
letteratura non è la cosa più importante del mondo e che forse Monteiro e
Marta - la sua ragazza - hanno ragione. Come scrive Steiner
in un recente saggio, spesso «finiamo per reagire con maggior acutezza al
dolore letterario che alla sofferenza della porta accanto».6 La situazione sociale, vissuta fino a quel
momento da Pereira con distacco e apatia, sembra comparirgli davanti d'un
tratto, come se si fosse squarciato un velo e tutto quanto fosse da
rielaborare, analizzare sotto una nuova luce, meno determinata e
determinante, in cui realtà e letteratura finalmente si possano
compenetrare e quest'ultima possa agire in maniera forte sugli eventi,
instillando quanto meno un dubbio nel lettore rispetto alle certezze
assolute che propinano la censura e il regime. Quando
Pereira, parlando col dottor Cardoso alla clinica tallasoterapica, potrà
verbalizzare il suo senso di colpa e si accorgerà che probabilmente, «c'è
un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue
anime»,7 allora finalmente tornerà alla vita, con la
convinzione di poter in qualche modo determinare ciò che gli sta attorno.
Nel libro di Antonio Tabucchi ad essere messa in gioco a più livelli, è
l'identità. Da un punto di vista soggettivo, il libro scrive di un uomo
che pur solo sull'inizio della vecchiaia, si sente ormai alla fine e si
autocondanna all'inutilità arroccandosi in ricordi giovanili. L'incontro
con il giovane rivoluzionario, in questo senso, sarà fondamentale ad una
messa in discussione di se stesso e del proprio ruolo nella società. Sul
piano dell'indagine storica, Pereira rappresenta l'intellettuale che tenta
di non vedere l'oscurantismo in cui è calato, e le scienze umanistiche
diventano una difesa verso la realtà piuttosto che rappresentare quel
punto di vista privilegiato e in grado di sviluppare coscienza critica,
come invece dovrebbero essere.
Su questo secondo punto, soprattutto,
insiste l'interpretazione cinematografica: Faenza vuole sottolineare,
nelle poche scene che non sono calco del testo, il problema della libertà
di espressione dell'intellettuale sottoposto ad una dittatura: cruciale
nel film è la scena in cui Pereira viene portato da Marta (Nicoletta
Braschi) al cinema mentre si proietta un documentario propagandistico
contro i "sovversivi" del regime. La presa di coscienza del protagonista è
esplicitata dalla visione delle menzogne propinate dai media, ed egli,
giornalista, avverte che finzione e realtà non solo in letteratura, ma
anche nel quotidiano, sono fatte della stessa materia. Quando finalmente, grazie all'incontro con la signora Degado
sul treno che dalle terme lo riporta a Lisbona, comprende l'importanza e
la responsabilità di ogni uomo di lettere, che può e deve dire qualcosa,
allora davvero un nuovo io egemone si impossessa di lui e il pentimento
può finalmente avere luogo: «forse tutto si può fare, basta averne la
volontà».8 Con la traduzione di un racconto di Daudet
che termina con le parole: Viva la Francia, il giornalista potrà
lanciare il suo messaggio di denuncia a chi sarà in grado di
recepirlo.
Monteiro Rossi, sfuggito all'arresto, trova rifugio a casa
di Pereira, il quale, finalmente, smette di parlare con il ritratto della
moglie e dunque accetta la vita presente e futura, la gioventù che
rappresenta Monteiro, e decide di aiutarlo. Una sera, però, alla porta del
giornalista si presentano tre individui che dicono di appartenere alla
polizia politica e che, minacciando con una pistola Pereira, ammazzano di
botte Monteiro Rossi.
Il vecchio giornalista, compreso fino in fondo lo
stato in cui versa la sua "Repubblica", in realtà regime fascista, prima
di fuggire in Francia, compie un ultimo atto eroico che sentenzia la sua
scelta e ne determina la forte presa di posizione individuale: invece di
tacere, riesce a eludere la censura di stato e, in un articolo sulla
pagina culturale, denuncia l'assassinio di Monteiro Rossi. Finalmente
Pereira comincia a "frequentare il futuro" e si incammina, come il pingue
Mastroianni che ne interpreta il ruolo cinematografico, per le strade di
Lisbona, non più volto anonimo e apatico tra mille volti anonimi, ma uomo
che ha appena compiuto una grande scelta di vita. E se Tabucchi riesce,
attraverso atmosfere sfumate e fini introspezioni psicologiche rese in
terza persona, a descrivere in maniera progressiva ma inesorabile il
cammino interiore di quest'uomo, Faenza, avvalendosi di un mezzo che ha
per limite e grandezza stessa la visione, escogita sul finale dinamiche
che vogliono essere altamente metaforiche: Pereira, scappando, dimentica
sul tavolo il ritratto della moglie e abbandona l'uso di un bastone, non
avendone più bisogno, poiché ancora c'è da vivere e da fare. Il bastone
dunque viene abbandonato insieme alla staticità che pervadeva la vita del
giornalista, il quale acquisisce uno sguardo più consapevole e si
incammina in mezzo alla folla: la figura di Mastroianni si stacca dal
contesto e dietro di lui sfumano, sfuocate, le vie di Lisbona. E mentre il libro si inserisce pienamente nella tradizione
tabucchiana, fatta di tensione tra passato e futuro, denunciando così il
retroterra "pessoiano" dell'autore,9 il film non riesce a staccarsi dal testo e
quindi risulta un'opera un po' piatta, anche se ben organizzata: è stato
quindi difficile parlare del film senza sentire l'eco delle parole di
Tabucchi, il narrato è molto più forte del visto, e quest'ultimo,
soprattutto in certi passaggi, appare clone del testo. D'altra parte, una
lettura successiva alla visione del film non riesce a immaginare un
Pereira che abbia tratti diversi da quelli di Marcello Mastroianni.
Bollettino '900 - Electronic Newsletter of '900
Italian Literature - © 2001
Dicembre 2001, n. 2
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