Tu sei qui: Home / Civiltà, società, attualità / Svizzera italiana / Giovanni Orelli - Entrammo in città

Giovanni Orelli - Entrammo in città

Giovanni ORELLI
Entrammo in città

Entravamo in città che si faceva sera, il traffico era già tutta cosa nostra, scorrevolezza, ordine, l’ideale per la Mercedes di Hermann Sbrinz

Da più di un'ora, i frontalieri che arrivano la mattina presto in città sono rientrati alle loro dimore, al di là della rete che demarca il confine, così che la città, non altrimenti che unasignora per bene, può presentarsi ai turisti, ai cittadini stessi, nella sua veste migliore. Come nei prospetti. È l?ora in cui il sindaco ama attraversare la Piazza della Riforma, o passare davanti alle vetrine delle banche, e il ministro della cultura fa il giro, sempre più breve in verità, di quello che la setta dei nominalisti continua a chiamare centro storico. L?aria era così dolce che, con la licenza di Sbrinz, potei abbassare il finestrino e salutare il direttore Galak, animatore e finanziatore dei ?Liberi e Svizzeri?, movimento nazionalistico e tutto a destra, molto alla moda in una città come la nostra. « Salve dottore, ci vediamo a cena. » Sbrigativo come sempre, Galak si era già allontanato die­tro l?angolo della banca. Già, c?era la cena al Rotary. Andarci o non andarci? La voce di Galak non nascon­deva forse la sfida? Nemmeno i direttori di banca, soprat­tutto in una città di provincia, sono vaccinati contro il pette­golezzo. Poi: ufficialmente no, ma praticamente siamo tutti sche­dati. Sanno che sono nel giro di Crunch, che da tempo teneva con Dash gli occhi sulla prima poltrona. E ora Dash non c'è più. Incidente, sappiamo sappiamo; ma, tuttavia, co­munque... Ci rivedremo a Filippi, pareva dire la voce di Galak. Ca­paci di mettermi a capotavola, spiarmi, se passa anche da­vanti a me l?ombra di Dash. Tolsi dal taschino ii fazzoletto per asciugarmi un po? di sudore. « Fa già caldo qui da voi » osservò Sbrinz senza malizia, riportandomi al clima naturale. Rientravano le moto della polizia; rientravano nei loro porticcioli le barche a vela, i piccoli motoscafi con gli amanti di vecchia data, le prime barche, i pedali; e rientravano, coi loro goffi scarponi slacciati, i fans dello sci estemporaneo. Rientrava anche il beatissimo Attanasio, verso il suo con­vento: a piedi. Chi ha detto che Lugano è una delle antiporte dell?In­ferno? Al beatissimo Attanasio, saggio della sua plurisecolare esperienza del mondo, pareva lecito di poterne dubitare. Turisti rispettosi, ordine per le strade, patrizi discreti, e tuttora ossequiosi verso il convento. Bastava del resto guardarsi in giro. Ostentazione della ric­chezza, forse, ma non dell?indecenza. Associando, gli sov­venne degli anni del suo noviziato. La sera che, entrando nella città di Alessandria (d?Egitto), vide una femmina diso­nesta e aveva cominciato fortemente a piangere, ed essendo domandato da molti perché piangeva, due cose, aveva detto, mi muovono a piangere: l?una si è per la perdizione di quella meretrice, e la seconda si è per ch?io non ho sì grande cura d?ornarmi per piacere a Dio come ha questa per pia­cere agli uomini disonesti. Non c?erano, non ci sono femmine disoneste per le strade della nostra città. Solo un novizio, meno esperto del beatissimo Attanasio, avrebbe al massimo potuto prendere per una di quelle la signora Galak, che vestiva sempre in modo leg­germente eccentrico, le poppe fiduciosamente esposte alla prim?ôra. Le meretrici di Attanasio, quelle che dicono del marcia­piede, qui non ci sono: non esistono. Anche il più oscuro vicolo, per tacere delle più onorate vie tra banca e banca, non le tollera. Le lenzuola non si espongono in strada. L?onorevole sindaco, che fa tutte le sere ii giro del centro, è garante in persona circa il buon nome della città. Del resto, il centro della città, alla chiusura delle banche e, poco dopo, dei grandi negozi, si spopola. I pezzi grossi, alti funzionari di banca, intermediari, contrabbandieri in grande, importatori di valuta che sfugge al fisco del paese d?origine, riciclatori, ognuno di questa brava gente ha villa in collina. L?abitatore del centro, nelle ore serali e notturne, è pres­soché solo lui, I?oro, nei forzieri delle banche, alle cantonate delle piazze. Col vigile che, da un angolo della piazza, vigila. Le ville dei grandi emergono appena tra il verde. Sem­brano sculture, cubi messi lì, un po? troppo uguali, come in una mostra. Inaccessibili, comunque, al volgo profano. Col distintivo del Rotary e la tessera del partito più forte, il mio nome non è proscritto al citofono del cancello. A di­stanza, un domestico aziona un pulsante e il cancello si apre senza stridore di ruggine. Il domestico scende ad acquietare i mastini, che annusano con sospetto e impazienza repressa. Cani intelligenti, fin troppo. Nel viale del parco c?è la ghiaia. Nove gradini di porfido. Dal vestibolo si passa nel grande soggiorno e di lì, nelle sere d?estate, nel parco dietro la villa, coi suoi sedili bianchi e la piscina: un accostamento, diceva il giornalista delTa Neue Zurcher Zeitung la sera dell?inaugurazione, che gli ricordava Matisse, Saint-Paul-de-Vence, bianco e azzurro. Lì (e non solo lì) si diverte la gente che conta. E ci sono le donne. Ci sono. C?è lo chef di fama più che regionale che cura personalmente i piatti caldi e i piatti freddi, sceglie i vini che fanno alla bisogna. Alla fine sorbetti e liquori, o champagne. In città invece, visto che ci siamo dentro, che parliamo di lei e non di puttane, la gente non passeggia, vi cammina come se la suola delle scarpe bruciasse sotto i piedi. Una città come la nostra (si perdoni l?insistenza), una città felicemente sposatasi al grande capitale, non ama la meretrice che si esibisca al volgo, anche se le meretrici ci sono: il mio taxista dice preoccupato che è convinto di por­tarne in giro più di una e di dieci, nel giro di una setti­mana, in certi appartamenti, certe ville. Ma non posso dire niente di più, aggiunge con serietà e onestà professionali. Il segreto intorno alle puttane somiglia un poco al segreto bancario. Anche se le meretrici cercano, naturalmente, di inserirsi nel tessuto economico cittadino. Ancora recentemente, in­fatti, il vice del vice del vicesindaco è dovuto intervenire di persona, grazie alla segnalazione del GOBLEC (Gruppo Oculate Donne Liberali E Conservatrici), in appoggio di polizia e magistratura, nel quartiere di Paradiso (a rischio di pregiudicare tanto nome in campo turistico!), dove alcune di quelle sciagurate erano per diventare abbastanza audaci sì che il loro comportamento, a mente delle Oculate, poteva configurare il reato dell?adescamento e della molestia. Ognuno comunque sa che la vita dell?uomo moderno (e qui siamo per una città moderna), compresa e divisa fra lavoro, consumo e servizio, ubbidienza e ordine, vuole, nel ragionevole disegno di sottrarsi a perniciose nevrosi collet­tive, vuole gli sfoghi controllati del week-end: ma vuole che certe cose non avvengano sotto gli occhi di tutti o, per modo di dire, alla luce del sole, ecco tutto. Accostino, contrattino, eiaculino pure, ma a Milano, To­rino, Varese, al limite nella propria villa. Non ?in città?. La città deve rimanere pulita. Passeggiano invece i turisti. Tutti sopra i sessant?anni, non rare le novantenni. Scen­dono negli spiendidi alberghi giudiziosamente rimasti al Liberty più confortevoli ritocchi, e passano i pomeriggi sulla terrazza, un occhio al vecchio consorte che ogni giorno fa ancora le sue brave vasche e così si tiene in forma, un altro alla banca dove i titoli, nei safes, maturano. Molti si innamorano della città e comperano il condomi­nio, la villetta, la tomba di famiglia. Lontano dagli scioperi, dalle sollevazioni, dalla guerra, dalle violenze, dai sequestri, dalle teste calde, dai subbugli. Magnifica città. Vista dall?alto, bellissima per posizione tra due monti, le colline e le valli, e con il lago, ha l?aspetto di una città nor­male: c?è anche qui un austero cimitero, si riconosce la cu­pola verde della posta, lo stadio, si distinguono chiaramente le banche. Sul seggiolino del dentista, all?ultimo piano del palazzo della Lloyd (a bocca forzatamente aperta) pensavo al gra­nello d?oro sottratto ai lingotti dei forzieri giù in basso, che sarebbe diventato fra poco parte di me sottoposto, mi com­piacevo di chiamarli così, a restauri boccacceschi. Proprio di fronte, sotto il tetto della banca di là, i cuochi lavoravano già per il pranzo, tutta un?équipe. Caldaie gi­ganti. Dove andrà a finire tutta quella roba? Nelle trippe dei bancari. E poi? Nella fogna (che non si vede), nel lago forse? (che si vede), che pare azzurro e limpido come il cielo ma è, dicono, pieno di merda, e i pesci la mangiano, e noi mangiamo i pesci, i coregoni: e il vino bianco nei bic­chieri di cristallo, che se non li mangiamo in fretta, i pesci, quelli poi muoiono, perché l?acqua è quasi marcia, non la­sciano già più che le turiste del nord entrino a farci la pipi, intanto che fanno un po? di rana e un po? di dorso e un po? anche il morto. Sì, benché paia impossibile che anche una banca possa emettere sterco, la sua parte di morte, la sua parte di sorte certa: e di nafta bruciata, per i pesci, e finalmente per noi. Per i gabbiani che nei mattini grigi di novembre volano radendo il luridume con striature bituminose, e venature viola come di benzina o arcobaleno putrefatto, e poi salgono a volteggiare con ira davanti alle verande degli alberghi in fila uno accanto all?altro lungo il quai. Fanno due o tre giri lanciando i loro gridi striduli, incattiviti. Che vogliono dire? Chi li manda? E per chi? La vecchia madre di Krachnuss, che riposa ormai buona parte dell?anno nella nostra città, che non vuole nemmeno sentirla nominare, la morte, si tappava con le mani le orec­chie, premeva alle tempie come se avesse un insopportabile mal di capo. « Bestiacce » gli urlava attraverso i vetri « bestiacce. » E a uno che le pareva più insistente sputò addosso, ma lo sputo finì contro il vetro della veranda chiusa. Allora, con gli occhi in fuori, lo guardò colare giù lentissimo, verdastro, per alcuni centimetri di vetro, lasciando dietro una sua bava vischiosa di lumaca.