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Orelli - Pomeriggio bellinzonese

Collège Sismondi
Gruppo di italiano

 

Giorgio ORELLI
Pomeriggio bellinzonese

 

 

L’altrieri la nostra piccola città pareva tutta vuota, e andando per vicoli e piazzette, da un monumento all’altro e sul Viale della Stazione da una banca all’altra (bisogna che un qualche dì le conti: l’ultima l’hanno scavata dentro alla roccia del castello di mezzo), ecco che qua e là, in un poco d’erba, su uno scalino, ai piedi d’una statua, ma specialmente per terra fra dadi sconnessi, altro non trovavo che biglie, biglie tutte di media grossezza, variegate, dentro alle quali frugavo con gli occhi per rintracciarvi chi sa che. Eh finito il tempo che soldi trovavo, monete da cinque, che sembrano da cinquanta, e da dieci, venti, cinquanta centesimi improvvisamente luccicanti, o quietamente opache, dimesse, o sporche, tartassate; ma una volta ho trovato un franco che mi aspettava dalla parte dell’Elvezia su dal porfido, me lo ricordo come se profumasse di mughetto perché giusto in quel momento nella breve vampa di caldo artificiale (era dunque. d’inverno) all’entrata dell’innovazione passava una si­gnora che da sempre si mette il profumo di mughetto, l’unico che le piaccia. Finito il tempo del denaro fiorito per strada, dove, quasi per un misterioso disegno compensativo, nei giorni caldi (giravo intorno allo stadio per veder perdere la nostra squadra), vedevo come non m’era mai capitato lucertoline appena nate che guizzavano un po’ da per tutto sull’asfalto come i bambini di Xuan Loc sul finire della guerra nel Vietnam.

Ho tolto e rimesso in tasca le biglie e intanto con la nuova bicicletta d’argento e blu Giscard uscivo dal centro detto storico (anche per via dei topi) e mi avviavo senza fretta al fiume, lungo il quale scorgevo ancora qualche biglia d’uguale grossezza, variegata: ormai non le raccoglievo più. Andavo senza quasi pensare a nulla sul sentiero accidentato, o meglio devastato dai cavalli dei ricchi, badando di non sbattere contro le radici che sporgono dal terreno con quella specie di caparbietà e più d’una volta, mentre gettavo occhiate a destra e a sinistra, mi han fatto trabalzare e cadere al di sopra del manubrio come un fantino. Finora mi è andata bene e naturalmente mi dico che non devo profittarne, anche se, data la velocità minima, al massimo mi rompo un polso, non come quelle teste di casco dei motociclastri dell’Honda che sull’autostrada di là dal fiume passano via come saette con un fischio dell’altro mondo. Da un ponte all’altro, cemento, ferro, aspettandomi d’incontrare sotto un ciliegio il mio droghiere che somiglia a Yul Brinner e ha mandato un mucchio di soldi a Padre Pio, sempre li in costume da bagno, in piedi come un benedettino nella sua cella, a prendere il sole fin quando non se ne va dietro alla montagna abbastanza vicina, anzi «troppo vicina»; i due vecchi che colgono i fiori d’un tiglio foltissimo, lei da terra, lui nascosto nell’albero, lei la prima volta mi ha detto «il mio uomo lo beve anche freddo il tè» forse per farmi capire che c’era anche lui là dentro; la famiglia dell’im­migrato calabrese che ha superato lo stadio dello stagionale, così al picnic possono prender parte anche i figli minorenni; ..., se vado a destra; se invece prendo a sinistra, dove c’è più alberi più prato il camping il Percorso Vita il ponte che ha pensato bene di fermare e trattenere quasi ormeggiandolo il nostro collega suicida, poco ma sicuro che nel primo tratto arruffato incontro quella, pure in bicicletta con veste perlopiù azzurra straordinariamente svolazzante, che se le dico in tono tutt’altro che di fauno «si fermi signorina per favore! chi sa com’è vellu­tata lei! faccia vedere che le sarò riconoscente!», guarda come spaventata e scappa, certo scappa più da se stessa che da me perché non ha tempo, perché (con voce stridula, sì, da matta) cerca la vita su un altro pianeta, questo Percorso non le dice un bel niente; mentre più addentro nella boscaglia da una stazione all’altra del Percorso dà conforto e pace quasi già ultraterrena la vista della Fonsa che una volta faceva rallentare i camion gonfi di soldati acclamanti di sotto ai caschi «Fonsa! Fonsa !», una pelle d’occhi che le succhiavano in fuga un po’ del suo miele famoso «famoso? macché famoso signor iddio, vede com’è la gente qui da noi che una volta battezzati non c’è più niente da fare anche se tra le parole e i fatti c’è molta differenza», adesso a dir la verità non verrebbe neanche al fiume, non fosse per il cane prenderebbe il sole a casa sua; a buon conto né a destra né a sinistra, puoi star tranquillo, mai che salti fuori un uomo politico: gli ono­revoli non onorano di loro presenza il fiume. I soldati si, dalla caserma nuova al fiume è uno scherzo, nei giorni più strapazzati dalla sferza del sole anche il caporale più stupido e zelante condu­ce il suo manipolo di reclute al Ticino. Che se poi balordaggine e fervente fervore patriottico tornano a infiammarlo, il caporale non sopporterà che, fatte le piramidi coi fucili, le reclute se ne stiano troppo a lungo a bell’agio in abbandono sull’erba, ingiun­gendogli con un secco grido di tirarsi su, «ritti!» e «uf uf!» se schwitzerdiltsch il precoce aguzzino, il löli, parente dello sciagurato che faceva ballare la sua pattuglia con degli opp! opp! così frequenti e mascalzoni da stupirsi che nessuno dei tormen­tati osasse ribellarsi, o per lo meno avesse uno scatto d’insoffe­renza, un moto d’ira, uno sguardo supplice: niente sembrava più agevole del salto oltre il muro dell’imbecillità. Certo che viene sempre il momento in cui il caporale comincia a sudare anche lui come un dannato, e allora perché non gridare qualcosa di di­verso, mettiamo «Al fiume!». Un attimo di smarrimento, e i poveracci a correre malamente verso l’acqua bramata e sospetta; dove si sarebbero finalmente rinfrescati se non glie l’avesse impedito il kaibazück con ordine impensato quanto perentorio: «Lanciare sassi al di là del fiume!». Lui presto trovò e raccolse con soddisfazione una pietra liscia alla quale, apparentemente senza sforzo, riuscì ad imprimere una traiettoria così tesa da farla urtare con suo rumorino inequivocabile contro un macigno parecchi metri oltre il fiume. Silenzio, e vera o finta ammira­zione, Poi tentativi stracchi delle reclute, il sasso che immancabilmente finisce nell’acqua con spruzzo beffardo; e il caporale a sorridere appena, con alterigia; finché un traccagnotto non ci si mise con sordo furore, scagliando la pietra con tale impeto che batté nettamente il caporale. Questi allora piegò brusco sua costa e con una smorfia impose di cessare il lancio, tornassero ad alli­nearsi sul sentiero. Così nessuno si rinfrescò, e fu ripresa in fretta quell’assurda fatica ginnica; non per molto, perché era scritto che non si doveva continuare oltre una certa ora. [...].

 

 

 

Luci e figure di Beilinzona, negli acquerelli di William Turner e nelle pagine di Giorgio Orelli, Bellinzona, 1978 (a cura di V. Gilardoni), pp. 59-62.