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Orelli - Foratura a Giubiasco

Collège Sismondi
Gruppo di italiano

 

Giorgio ORELLI
Foratura a Giubiasco

 

I[1]

 

Nessuno che raggiusti biciclette?
Da un muro all’altro In gremio Matris sedet
sapientia Patris.
L’immigrato
manovra seriamente le occlusive
dense della sua bella: ah che Carlo! ah che Porta!

Qui CELLE DI CONGELAZIONE, DO
IT YOURSELF CON TAPPETI,
là misericordine (giusto adesso
che, cauto, m’avvicino, scatta
la serratura dell’ingresso),
ed ecco DA QUI MOSSE I PRIMI PASSI
BERTA EDOARDO (amico

del Chiesa,
Chiesa Francesco, però:

un sì, un no ch’esitano sull’onda)

PER LE VIE LUMINOSE DELL’ARTE.

Ah, LAVASOL con signora Scerpella.
Uno schianto? Ma l’occhio della vecchia
dalla panchina mi guarda, le ortensie
hanno raggiunto tutto il loro blu.

 

II

 

Per dire in contropelo lo strazio
patito da una piazza

fra le più miti del mondo: ampio prato in pendío
che tra castagni d’India e platani (danno ombra
ora a vuote automobili) allontanava
dolcemente le case verso i monti,
paese da scomporre e ricomporre
come un Bruegel, ad ogni stagione;
ed ora bello come un cesso nuovo,
una di quelle belle soluzioni

definitive

che i cervelli asfaltati dei nostri Consigli Comunali
trovano senza ombre di dubbi

nel sozzobosco dell’incultura.

E allora tu, cagnino, alza l’anca, irrora a lungo il frivolo
tappeto verde.

III

 

«Desidèri?» sospira

un’altra vecchia, «i miei desideri son quelli
della partenza. Ma senta il sogno che ho fatto stanotte.
Ero, morta, e credevo d’andare, ma sì, in paradiso,
e vedo davanti a una casa, come là, verdina,
San Pietro che faceva

zuccole, ed io gli ho detto che avevo freddo, e gli ho chiesto

se la strada era quella, e San Pietro mi ha detto: “Torna indietro

che è più corta”, e mi sono svegliata.»

 

IV[2]

 

Nell’ultimo sole non dico
Un fiore! ma Xuan Loc e vedo

— lucertola impazzita sull’asfalto
caldo ancora d’estate —
una ragazza che non sa dove andare
col fratellino in braccio
e gira gira su se stessa

 

V[3]

 

Da qui,
da questo suolo tra i piú intrisi di sangue,
si vede bene la nostra
bella zona di resistenza alla noia,
«chiave dei passi alpini»,
«roccaforte» ... di che?,
toppa patrizia
dove ci si risparmia,
si economizzano le proprie forze
in attesa di meglio o di peggio.
Troppo tardi ormai per guardare
con calma l’uva più bella
di cui la terza vecchia mi ha parlato
senza invidia mostrandomi un povero grappolo
della sua, straziata dal maltempo.
Quel poco che posso adocchiare
non mi sembra né greve né leggero.
Ma giusto alla mia altezza s’è accesa una stanza,
una donna si toglie la collana,
l’affida lentamente ad un astuccio.

Sorpresa, senza denti, risponde
(grilli per attimi gridano)

al mio saluto attento al cane
(all’ovvio, all’oppio, al cancro, al rincaro).

 

1975

GIORGIO ORELLI, Sinopie, Mondadori, Milano 1977, pp. 83-85.



[1] «un si, un no,.. » si trova nel sonetto di Francesco Chiesa che comincia «Ombra nell’ombra...» (Sonetti di San Silvestro, Milano 1971). Probabilmente l’unico endecasillabo di quinta della poesia di Chiesa, scritto sui cent’anni.

Il «sì» e il «no» si ritrovano in «esitano», ma anche per altro il verso piace (cfr. Dante, Inf. VIII III, rimemorato da Petrarca, Ariosto ecc.).

 

[2] Sul finire della guerra nel Vietnam, scene di panico viste alla TV.

[3] «tra i più intrisi di sangue»: pensando alle numerose battaglie medievali.