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Nessi - Zona di confine

 

Alberto NESSI

Zona di confine

 

 

 

 

Sono tornato con il treno delle dieci. Alla stazione dove tutti discendono mi sono fermato un momento sotto l’affresco dell’emigrante.

Stare nascosto, mi sono detto. Spiare la vita degli altri. Cercare le tracce lasciate dal Ragazzo nella Piccola Città. Vivere negli interstizi. Dire di no. Squarciare il nebbione dietro il quale si nascondono i morti.

Qui, è tutto provvisorio. II negozio di sigarette e cioccolato diventa agenzia di viaggi, bottega di elettricista con in vetrina un carrettino carico di spot, esposizione di computer, di porta­chiavi con richiesta a fischio. La campagna dove ho aiutato mio nonno a zappettare la terra intorno alle patate si trasfor­ma in buco enorme: accosto l’occhio alla finestrella ritagliata nelle assi di protezione del cantiere e vedo bergamaschi e me­ridionali intenti a gettare una soletta lunga come il campo di mio nonno, più in là uno dirige il lavoro da una gru alta tredi­ci metri e mezzo. Il buco più grande del secolo. QUI SORGERÀ LA BORSA DEI DIAMANTI. Una grande borsa piena di diamanti sfolgoranti e tutti gli abitanti della cittadina andranno in giro con un piccolo diamante all’occhiello.

L’altro giorno camminando per il corso ho rivisto il povero Mastronardi con il suo occhio un po’ sporgente: invecchiato, ma la fronte alta è inconfondibile. Allora ho pensato all’altro, con gli occhiali a stanghetta, che frequentava il Bar Chiasso e aveva un tic al collo, ogni tanto dava uno strattone e guardava la gente obliquamente, non si sapeva se guardava te o il vicino di bancone che sorbiva la birretta. Quello era Pavese. La mia è una cittadina di scrittori suicidi.

Ma puoi trovare anche gli attori di cinema. Oltre confine l’uomo dal braccio d’oro sta sulla soglia del bar con un pan­ciotto nuovo a guardare i passanti. Mio zio, che l’ultimo dell’anno mi regalò un piccolo spazzacamino portafortuna prima di morire, era bello come Clark Gable. La bionda che vedo sempre dietro la porta a vetri del negozio ricorda Diana Dors della collezione di foto di mia cugina Dolores.

Incontro Edy al bar e ci sediamo ai tavolini a guardare il cor­teo della Ginnastica.

Passano gruppi folcloristici, autorità civili e religiose, gin­nasti in bianco con cornucopie piene di fiori, vecchi travestiti da Volontari della Libertà con divise azzurre, schioppo a tra­colla e parrucca. Tutto corne una volta. Edy comincia a be­stemmiare in italiano.

Ai tavoli accanto una signora con neo ci guarda di brutto perchè all’inno nazionale restiamo seduti ai nostri posti a sor­seggiare il bianco.

Però, non è gran che, come ribellione, ignorare la bandiera e la bionda aurora...

Facciamo un giro in centro. Dietro vetro e alluminio, fiori di pesco. Nelle vetrine delle banche appaiono, di volta in volta, funghi fiori presepi e raggi di sole: qui uno può seguire le sta­gioni senza scomodarsi.

Il fattorino con la divisa carta da zucchero può andare sulle spiagge d’oro delle Bahamas a piluccare noci di cocco; il bébé, se passa sorretto dalla giovane madre, vede rispecchiata la sua immagine nei lingotti; il vecchio rintronato dalle malinconie e dai vini solitari sorride al libretto di risparmio. Qui l’oro non è solo oro, è calore umano.

E d’altronde, cosa vogliono essenzialmente gli Svizzeri? Gli Svizzeri vogliono una valuta sicura. La sicurezza. E, se potesse­ro, assicurerebbero anche i sogni, perchè da un tappeto volan­te si può cadere.

La Banca dello Stato è la prima che incontriarno venendo da sud: la parte vecchia presenta aggetti discreti, ferratine bom­bées verso il confine — a difesa —, la parte nuova allunga il suo corpo insipido in un’operazione di prudente mimetisrno; poi c’è la Weiss, un po’ onoranze funebri nella facciata a loculi ralle­grati però da piante e alberelli — ogni volta che la vede la cameriera del Buffet pensa alle sue carte da mille perse dietro quei vetri neri; c’è il Credito, stile Rinascimento, loggetta in alto e portici, che ha dettato un bel pezzo al cronista del nostro gior­nale, perchè è lí da vedere il contrasto tra questo palazzo mo­derno e l’edificio scrostato lí accanto, poco dignitoso agli occhi di chi viene dalla vicina repubblica a nascondere soldi in banca o a comprare prodotti di lusso, magari un Rolex da cinquemila per il boss; c’è la Finter in alluminio, la Rohner color oro, la grande UBS apprezzato punto di riferimento per tutte le classi sociali, la BSI con la lancia rossa saettante verso il cielo, in con­correnza con la fiaccola dell’Helvetia sopra I’edificio di fronte.

Uno, volendo, si fa una cultura passando davanti alle vetri­ne delle banche che spesso rinnovano il loro contenuto. La banca è il nostro calendario, il nostro libro, la nostra festa, la nostra coscienza.

 

Alberto NESSI, Tutti discendono, Bellinzona, 1989, pp. 81-83.