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Nessi - L'ora delle volpi

Collège Sismondi
Gruppo di italiano

 

Alberto NESSI
L’ora delle volpi

 

a Antonia

 

 

Mi vengono addosso tutte queste volpi lungo il sentiero, quando finisco il turno all'area di servizio e torno a casa da sola. È ormai notte, un chiarore malato sale dall'autostrada e dal prato qui vicino viene i! suono di una campanella: capra, mucca sperduta, angelo perso tra la bruma del settembre, chissà. Poi, le volpi si affacciano sulla soglia della notte.

Sono entrata in servizio che era un bel pomeriggio azzur­ro, un pomeriggio con il castagno contro il cielo, direbbe il poeta che ho portato a giugno alla maturità: mentre il riccio cadeva sul prato e ne usciva una castagna ridente, io ero lì dietro il bancone. Come una falena, mi è venuto in mente l’altro giorno, una falena che gira insensata intorno alla luce. Cosi io mi aggiro lungo il bancone dell’Autobar a servire café crème e cappuccini.

Il re dell'autostrada è il café créme, ha detto Angelo. E ai tedeschi piace tanto il cappuccino. Questi tedeschi con lo scontrino in mano che dicono « Aló » o picchiano il pugno sul banco. Certe volte quando arrivano i pullman e non si sa più da che parte prendere, mi viene da ridere.

Rido per non piangere. Per fortuna c’è l’Angelo che mi da una mano. Lui é un proletario e capisce le situazioni, mi fa il panino caldo con la nutella e l’altra sera che uscivamo dall’area mi ha colto un grappolo d’uva e me l’ha dato dicendomi che bisogna prendere a quelli che hanno per dare a quelli che non hanno, deve avere letto il Vangelo, il Capitale o qualcosa del genere, l’Angelo. Io mi sono sentita come una di quelle volpi che a quest’ora vanno lungo i vigneti.

Ma faremo la rivoluzione, io e Angelo. Adesso sono qui per un mese, mi guadagno i soldi per andare a Cuba e là mi comprerò il basco con la stella del Che e imparerò a fare la rivoluzione e quando tono guideremo l’insurrezione dei benzinai, delle commesse, delle donne di fatica, dei camerieri dell’area di servizio. I gioielli nascosti nelle cassette di sicurezza delle banche saranno requisiti e sull’Autobar sventolerà la bandiera del pueblo unido.

L’altro giorno è entrato un camionista greco che parlava solo il greco, voleva una birra ma noi non teniamo alcool e allora gli ho dato una birra senz’alcool, lui era un po’ deluso e gli ho detto, tanto per consolarlo, l’unica parola di greco che so: ouzo. Il greco è andato nel suo camion, ha preso una bottiglietta di ouzo e me l’ha regalata, ce n’è di gente buona al mondo. Angelo invece dice che sono tutti cattivi.

Se dice così avrà le sue buone ragioni. È un frontaliero, lui, uno senza diritti, perché i sindacati se la fanno con il padrone, dice. Qui nell’Autobar, per esemplo, entrano i polini e bevono senza pagare, mangiano il panino senza pagare, c’è un accordo tra il padrone e i poliziotti, ogni anno il padrone li invita a cena, si vogliono bene. Anche gli uomini che lavorano lungo l’autostrada, quelli vestiti di arancione, possono mangiare gratis, ma l'altro giorno è entrato un croato, ha preso il caffè e il panino invece ha voluto pagarlo. Gli ho fatto notare che aveva diritto anche al panino gratis, come i poliziotti: ma lui ha detto che quelli sono «più signori» di lui. F anche per questo che 10 e l'Angelo guideremo 1 'insurrezione.

I polini al servizio del padrone. Però certe volte anche loro mi fanno pena, come quello che è entrato l’altro giorno con una faccia tra il triste e l’indifferente e gli occhi chiari troppo sporgenti. Ho cominciato a parlare e lui mi dava anche ragione c mi faceva un po’ pena, hanno degli orari micidiali anche loro. Poi ha preso il coperchietto del cremino e l’ha messo via con cura nel portafogli, per sua figlia che fa la collezione.

Il padrone del bar e della benzina è uno che viene qua di buonora, prende un cafè crème e sta a contare le macchine che passano sull’autostrada, prega il Signore che gli mandi un bel po’ di macchine rombanti. Le macchine sono la sua vita. In segreto, però, è innamorato del treno. Ha tanti trenini nella villa « Mio sogno » in collina, locomotive in miniatura che costano una cifra e, quando non è lì a contare le macchine, se ne sta tutto buono nel suo salone a guardarsi i convogli che si fermano al passaggio a livello, entrano in galleria, cambiano binari agli scambi e viaggiano felici tra laghetti e alberelli come alla Swissminiatur. Ma quando torno da Cuba la villa del padrone sarà trasformata in parco pubblico con le anatre nello stagno, il padrone farà anche lui i suoi turni alla pompa e tutti i bambini potranno giocare con i trenini, anche la figlia di Angelo.

Niente diritti. «Se vuoi è cosi, se no via andare». E i sindacati, zitti, vanno a giocare ai trenini con il padrone . Qui è pieno di disoccupati che sono pronti a prendere il posto di Angelo. Ma lui ha una bambina di dieci anni a casa, una bambina timida, la madre se ne è andata e lui è rimasto solo con questa bambina che si chiama Silvana e a scuola le dicono Silvana puttana, perché il mondo è cattivo. C’era ben una vicina di casa, una di sessant’anni che veniva a dare una mano all’Angelo e alla Silvana, ma adesso ha trovato il tipo e improvvisamente la vecchia è diventata giovane, si è messa a truccarsi come la mia soressa di mate e non la vedi più. Lo zio di Silvana è morto, il suo amico e morto di tumore, il nonno è morto, la nonna è morta, è morto anche il cane, Silvana è rimasta sola e va a ballare il liscio e il tango figurato con suo padre Angelo, il sabato sera, per dimenticare tutti questi morti.

Mi racconta tutto, l’Angelo. Una volta è andato dal principale a chiedere se poteva avere le vacanze nel periodo in cui le aveva anche sua figlia, per stare un po’ con lei, ma il principale gli ha detto che sé è contento così, bene, sé no via andare. Insomma, la filosofia dei principali. Ma anche gli altri in paese sono cattivi, dice Angelo. Lo guardano male perché è un separato.

 

Quando finisco i miei giri di falena intorno al bancone mi vengono incontro le volpi, qui sul sentiero che mi porta a casa: c’è la donna - la signora bene, la chiama Angelo - che la mattina arriva al motel a trovare l’innamorato, c’è la cassiera che assomiglia a mia zia c non sorride mai, c’è quella stronza che fa la capetta e oggi ha fatto piangere la Mariangela, c’è il tipo con il completo blu che ordina il café crème e poi mi dice di guardare il suo Mercedes posteggiato fuori e ti chiede se vai a cena con lui, c’è il taxista silenzioso che gioca alla slot-machine, c’è la donna delle pulizie che fa le camere al motel e si chiama Gretel. Gretel è un donnone che ha avuto un sacco di disgrazie ma le racconta con un accento che mi fa venir da ridere. Prima ha travolto con la macchina suo figlio, un taglio così in testa. Poi quasi prende fuoco: era lì accanto al camino con quella maledetta bottiglia d’alcool e d’un tratto si è incendiata, scottatura di terzo grado, suo figlio solo di secondo grado, per fortuna è grassa e la ciccia della pancia l’ha salvata, mi ha fatto vedere il disastro, lei vorrebbe ben andare ancora con un uomo ma si vergogna, così bruciata com’è.

Poi ci sono quelli che rubano. Entrano, magari tipi distinti con giacca e cravatta, passano davanti agli scaffali della merce e fanno scomparire le stecche di sigarette nell’impermeabile. Ci sono quelli che ti imbrogliano al cambio e ti rifilano assegni falsi e poi ci rimetti tu i soldi, quelli che fanno il pieno e poi tagliano i tubi e una volta il benzinaio è uscito dal suo gabbiotto per guardare la targa della macchina che scappava ma in quel momento uno è andato alla cassa e gli ha portato via seimila franchi: qui appena esci dalla gabbia ti fanno la festa.

Quando finisco il turno e commino per questa stradetta scura che da sola ho anche paura e mi pare sempre che ci sia qualcuno a aspettarmi nascosto nei cespugli, vengono le volpi a trovarmi, i pensieri della notte.

Uno dice che bisogna fare la rivoluzione per cambiare gli uomini. Ma come si fa a cancellare il male dalla terra? E la cicatrice dalla pancia della Gretel? E le lacrime della bambina che i compagni le dicono puttana? E i tedeschi che ordinano il cappuccino dopo l’ « Aló » e ti guardano dietro il bancone e non puoi sfuggirgli perché sei lì come chiusa in vetrina?

Ci sono queste volpi affamate che mi vengono addosso, quando torno a casa in mezzo alle vigne scure, sento una campanella dimenticata in mezzo al prato e dal basso sale il fiato giallastro dell’autostrada, tutti i grappoli hanno il colore della notte e anch’io sono una volpe, prendo un grappolo e me lo porto a casa: perché bisogna prendere a quelli che hanno per dare a quelli che non hanno.

 

 

 

 

Alberto NESSI, in Fiori d’ombra, Bellinzona, 1997, pagine 13-17.