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Martini - Ma l'amarezza...

Collège Sismondi
Gruppo di italiano

 

Plinio MARTINI
Ma l’amarezza prevalse

Nato a Cavergno nel 1923, morto a Cavergno nel 1979. Insegnante, poeta e narratore.

Il fondo del sacco, Casagrande, Bellinzona 1970; Requiem per zia Domenica, Il Formichiere, Milano 1976; Delle streghe e d’altro, Dadò, Locarno 1979.

 

[...] Ma l’amarezza prevalse un’altra volta: il pensiero dei pascoli, che aveva conosciuto popolati di mandre e di pastori, ormai ab­bandonati; delle baite cadenti, dei sentieri cancellati sotto il fitto delle faggine e degli arbusti montani. Con il chioccolare, ancora, di qualche rara pernice bianca che nei lunghi mattini sposta la sua invisibile presenza fra i mirtilli dei pascoli alti chiamando la covata, suono gentile in quelle abbandonate solitudini.

Per contro, il fondovalle invaso dalle auto, grosse Mercedes e petulanti seicento, o millecento, che sembrano piccole, ma sono pronte, dove si fermano, a scodellare parti settigemini con scatto di portiere e latina esplosione di richiami vocalizzi strilli: “A l’è püsee bel scià chì”; “Salvadòo! il cavaturacciolii!”; le comi­tive, padre madre sorelle zie suocere amici e prole innocente, si lanciano alla conquista dello spazio vitale, i maschi all’avanguar­dia, e dietro lo sculettamento delle chiappe femminili arrossate dai sedili, il costume da bagno trattenendo a malapena il sovrab­bondare della pastasciutta metabolizzata in grasso, con sotto-fondo di varici. Con sombreri, tacchi che di una nana fanno una trampoliera, sudori equiparati da comune fetenza di deodoranti a buon mercato. Legioni di ombelicati divoratori di silenzio ven­gono, si accomodano sui verdi tappeti rifiniti e lisciati da genera­zioni faticose come fossero a casa loro, distendono tovaglie, ac­cendono bivacchi, si sdraiano, si toccano, calpestano, giocano a palla e al volano, e poi, all’arrembaggio! vanno a scoprire il rustico sfondandone la porta già sfondata, caso mai ci si possa an­cora trovare qualche vecchia catena da camino; e quando final­mente decidono di abbandonare il campo, i fetenti, si scrollano di dosso carte, sacchetti della Rinascente, giornali, bottiglie di plastica, tubetti vuoti, vetri rotti, carta igienica e tamponi usati a marcare l’ubicazione esatta di ciò che hanno saputo produrre al posto delle castagne e dei funghi portati via; e magari hanno ancora il coraggio, quei lanzichenecchi, di riempire il baule di bella legna che il montanaro ha accatastato, fiducioso nell’onestà altrui, ai bordi del suo gerbido. Marco immaginò una bella organizzazione valfondese con affilatissimi coltelli per tagliar pneumatici. A la guerre comme à la guerre! Doppiette a impalli­nare deretani in fuga.

Si appoggiò indietro allo schienale, tirando un profondo re­spiro, scaricato, contento di essere d’accordo con il contadino che si portava dentro in fondo all’anima: uscito fuori, baffi e cappellaccio, a urlare contro chi gli calpesta l’erba, sporca il prato e spaventa il bestiame.

Ma gli venne pure in mente che quell’invasione dal sud che si sommava alla nordica, precedente e meglio accetta perché più ricca e meno rumorosa, era di milanesi comaschi varesotti e dise­redati terroni che il capitale svizzero aveva attirato nella trappola delle fabbriche per frontalieri, e che magari a furia d’inchini al padrone e di piccoli intrallazzi erano finalmente riusciti a salire quel primo gradino nella scala dei valori borghesi: l’utilitaria e il picchenicche o vichende in mezzo al verde sognato fra il bac­cano delle bielle e dei trapani, compressori martelli pneumatici sirene. E fumo a intasare i polmoni. È giorno di festa, si mangia e si beve! Si gettano via le scatole di acciughe con il coperchio arricciato e dentro il sugo a marcire, gli avanzi del pane e del salame nei posti dove generazioni di miseria hanno consumato a pezzetti anche le croste di formaggio. (E le donne raccogliere nel grembiule le briciole, e tre colpetti dell’indice, finito il pa­sto, a farne un mucchietto da prendere a pizzico e portare alla bocca...). Perduta la calcolata parsimoma che era stata una misura di vita simile a quella dei camosci, confronto con la montagna imperturbabile; perduto il patrimonio di silenzi che aveva guar­dato la sua adolescenza. Perduto per sempre, Marco, e con chi te la vuoi prendere? [...].

 

 

 

Plinio MARTINI, Requiem per zia Domenica, Il Formichiere, Milano 1976, pp. 56-58.