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Cavalli - Diario

Collège Sismondi
Gruppo di italiano

 

GOTTARDO CAVALLI
Diario di uno spazzacamino

(1914-1916)

A novembre gruppi di ragazzi partivano da Centovalli, valle Onsernone, terre di Pedemonte, val Verzasca «verso l’incognito» delle città piemontesi e lombarde (i mesolcinesi, invece, andavano in Austria, Ungheria, Boemia e Moravia); intorno a Pasqua la stagione era finita. Lo sfruttamento dei pic­coli spazzacamini non poteva lasciare indifferenti prima i filantropi e poi le autorità del secolo scorso: se ne parlò sui giornali, in Gran Consiglio, a Milano era sorta una «Società per la protezione dei piccoli spazzacamini all’estero»; il Consiglio di Stato della Repubblica e Cantone Ticino nel 1873 emanò un de­creto nell’intento di vietare l’emigrazione degli spazzacamini sotto i quattordici anni, vittime di fame, freddo, fatica, malattie, nostalgia, paura di soffocare nel budello del camino, costretti all’accattonaggio per sé e per i propri padroni. Nel 1941 la scrittrice tedesca Lisa Tetzner, nel romanzo «Die schwarzen Brüder», parlò di «piccoli schiavi svizzeri».

Ecco il vivo racconto di uno di loro, Gottardo Cavalli di Intragna, che rievoca le sue esperienze degli anni 1915 e 1916, quando aveva sette o otto anni.

 

 

[...] Chi scrive, cinquant’anni fa, aveva quasi 8 anni quando partì con il proprio genitore.

Si partiva volentieri, pur di evadere verso l’incognito senza l’ombra di cosa fosse la vera realtà.

Lo sapevano però le mamme di questi ragazzi, compreso la mia.

Solo ora comprendo: non aveva più parole. Appena saliti sul treno e questo si è mosso, si è girata; più non ho visto il suo viso, ma posso immaginare solo ora cosa fosse per lei questo distacco.

Tanti altri ragazzi della mia età e forse più giovani hanno fatto questa esperienza.

Chi scrive è stato l’ultimo del paese ad esercitare questo mestiere; solo per 2 anni, ma questi sono stati sufficienti per descrivere la vita, la sofferenza fisica di questi poveri esseri umani, ridotti come talpe ad entrare in tutti i buchi dei camini, nelle caldaie delle macchine a vapore, nelle ciminiere, mal nutriti, costretti a cercare in ogni casa un pezzo di pane per sfamarsi ed ancora mal vestiti costretti a dormire in una stalla, in un fienile o in una sosta [tetoia] in mezzo alla paglia.

Il freddo era il peggior nemico.

Come riscaldarsi se non pigiandosi l’uno contro l’altro, ricoprendosi con quei 3 o 4 sacchi che servivano per portare la fuliggine.

Tante volte racconto cosa è fare lo spazzacamino; c’è tanta gente giovane che non ti crede; ci sono altri che comprendono; è stato appunto un amico mio che mi consigliò di scrivere la vita degli spazzacamini.

Così mi sono deciso di scrivere perché questi due anni sono pieni, sono completi di episodi, di fatiche, di paura, di speranze, di fame.

Scrivere non mi è difficile, non sono uno scrittore, ma in compenso, non dovrò inventare il mio romanzo.

Sarà tutta una realtà, io non dovrò inventare nulla, tanto sono penetrato da questi ricordi.

 

Era una mattina di novembre dell’anno 1915, dopo i Santi. Si partiva, preparato era già il fagotto. Uno piccolo per me dove la mamma aveva riposto i miei vestiti, cioè qualche camicia e calze, e uno più grande per mio padre.

Dalla frazione di Calezzo scendemmo ad Intragna; c’era ancora qualche formalità da regolare con il Sindaco affinché io potessi partire, causa la scuola che era già obbligatoria; mio padre doveva impegnarsi a firmare che avrei frequentato la scuola in Italia.

Mia madre ci accompagnò, portava un gerlo, perché nel ritorno doveva far provviste.

A piedi raggiungenimo Ponte Brolla (la diligenza era già prenotata da altri) per prendere il treno della Valle Maggia che ci condusse fino a Locarno.

Ero contento di partire, di vedere il nuovo treno a vapore, ma così non era per mia madre: quanta tristezza in quegli occhi umidi!

Me la ricordo immobile, fissa come una statua: lei la sapeva la realtà, ma non poteva opporsi alla mia partenza; mio padre era autoritario, aveva deciso, anche con la mia volontà.

A Locarno prendemmo il treno per Luino, so solo che non mi staccai dal finestrino.

Tutto era nuovo per me. La velocità del treno, il lago, i battelli, i paesi...

A Luino, dogana... si era già in tempo di guerra 14-18... pratiche lunghe da una sala all’altra... per fortuna mi ricordo c’era un doganiere di Intragna, certo Simoni Pietro che aiutò mio padre a sbrigare tante formalità.

Verso sera arrivammo a Novara, andammo a trovare un cugino di mio padre, tale Maggetti Gottardo che si poteva chiamare il «Re degli Spazzacamini».

Un bell’uomo, vestito elegantemente, conosciuto anche “in alto”, mi mostrò anche una foto con dedica dell’allor re­gnante papa. Persona molto cortese ed ospitale ci diede da man­giare e da dormire.

Il mattino seguente andammo alla stazione, le auto erano ancor così rare, ma se ne vedevo una, non bastava salir sul mar­ciapiedi, abbisognava il vano di una porta, mettersi al sicuro. Prendemmo il treno un’altra volta, ancora una volta mi misi al finestrino ad osservare: vedevo le montagne che diventavano sempre più piccole piccole e poi scomparire... Ora il mio inte­resse diminuiva, si entrava in una zona dove tutti i paesi sem­bravano uguali, cominciò la foschia e poi la nebbia.

Eravamo giunti a Mortara, una città di 20 mila abitanti, con strade larghe e belle piazze; in 10 minuti col nostro fagotto raggiungemmo la nostra dimora.

Era un locale di circa 20 m2., con un camino, una rozza tavola, due panche e in angolo c’era un po’ di paglia, tenuta da due tavole (assi): il nostro letto per dormire; non c’era luce.

Verso mezzogiorno arrivò mio zio con altri tre garzoni; aveva fatto il viaggio più lungo per andare a prenderli in Vai Vi­gezzo, a piedi, via Domodossola. Anche loro erano circa della mia età, solo uno era già venuto l’anno precedente.

Il mio carattere troppo timido, mi metteva in imbarazzo; nei loro confronti mi muovevo come un automa.

Accendemmo il fuoco per fare la polenta... mangiammo polenta e stracchino.

In seguito mio padre mi presentò ai vicini: proprio di fianco abitava una famiglia con due ragazze di 12-13 anni e un giova­notto di circa 18 anni.

Era anche un locale come il nostro, serviva da cucina, dormi­torio.., sotto il letto c’era legna, patate... a differenza del nostro era pulito.

Come potei constatare dopo, in ogni locale c’era una famiglia. Era una vecchia costruzione, si entrava in un grande cortile; dove oggi sarebbero 2 appartamenti, allora vi abitavano al­meno 7-8 famiglie.

Mi portò in una trattoria dove mio padre era vecchio cliente. Credo che con nessuno ho fatto una parola, forse una smorfia, più la melanconia mi prendeva... quella stanza buia! quel gia­ciglio! quei miei compagni! quella nebbia!

Tutto quello che c’era prima nella mia fantasia, d’un tratto crollò, pensai a casa, alla mia mamma, al fratello, alla sorella.

Non avevo più padre perché mi aveva proibito di dir con gli altri che ero suo figlio... e così lo dovevo chiamar padrone. Egli sgridava e batteva me per insegnare agli altri; sapeva che non mi sarei mai ribellato e poi dovevo far la spia, nei confronti dei miei compagni.

Ricordo che altri ragazzi si son ribellati, si son messi in cammino, uno di loro ha fatto 150-200 km. per tornare a casa.

Poi tornammo a casa, gli altri ragazzi già dormivano, mio padre m’indicò il posto, vicino agli altri tre; si dormiva vestiti con due sacchi sulle spalle... un po’ la stanchezza, tutte le emo­zioni, tutte le impressioni, mi avevano sconvolto, m’addormeritai.

La mattina da una chiesa vicina, dedicata a Santa Veneranda, suonò l’Avemaria, erano circa le sei. Sento una voce, quella di mio padre (salta fora) tutti i piedi ancora addormentati. Come il militare bisognava equipaggiarsi: un sacco vuoto sulle spalle, Ia raspa, Ia scopa (al scuin) un sacchetto di tela per ripararsi la testa e via.., io ed un altro con padre, gli altri due con mio zio.

Entrambi già s’eran messi d’accordo sulla destinazione. Noi cominciammo con la città; era appena giorno, tutta la città si muoveva per andare al lavoro, quasi tutti a piedi, qualche bici­cletta, qualche carriola (detta galiotta) nessuna macchina.

La voce di mio padre che gridava «spazzacamino» era forse l’unico rumore che sovrastava tutti gli altri.

S’affacciavano alla finestra, venivano sulla porta le comari (l’è rivaa al spazzacamin) segno dell’inverno....

Una aveva già acceso il fuoco, l’altra doveva uscire, da qualcuno si fissava l’ora, un’altra contrattava il prezzo. Ricordo qui che una volta gli spazzacamini non ricevevano nessuna ricom­pensa per pulire i camini, si accontentavano di avere la fuliggine da vendere come concime.

Per questo spazzavano alla perfezione il camino e portavano via, con gran dispetto delle donne, anche la poca cenere che c’era nel focolare.

La fuliggine delle fabbriche però valeva pochissimo, perché era troppo bruciata.

 

 

 

 

In Alberto NESSI, Rabbia di vento, Bellinzona, 1986, pp. 187-191.